ROMA – L’ultimo atto di quella che sta diventando una vera e proprio “guerra dell’acqua” ha come palcoscenico la Procura di Roma, dove in questi giorni sono stati iscritti nel registro degli indagati tre tra i maggiori produttori di filtri di ultima generazione, quello che in poche parole viene messo in dotazione insieme alle caraffe per l’acqua vendute nei supermercati. Ma per capire l’inizio di questa tortuosa storia bisogna fare un salto indietro nel tempo. Tutto ha infatti inizio a febbraio quando Mineracqua, la federazione presieduta da Ettore Fortuna e che riunisce i produttori industriali di acqua minerale, ha presentato un esposto contro tre marche (la Brita, leader del settore con 300 milioni di pezzi venduti, la Auchan e la Viviverde della Coop) alla Procura di Torino dopo aver fatto analizzare l’acqua filtrata delle brocche dall’Università La Sapienza di Roma.
Il motivo? Secondo Mineracqua, le caraffe filtranti renderebbero l’acqua “non più potabile” e depauperata di elementi nutritivi” come il calcio, contaminandola con corpi estranei e aumentando il rischio di cariche batteriche. Per i soliti maligni, dietro alla forte preoccupazione degli industriali per la salute del consumatore, ci sarebbe anche la lenta erosione delle loro quote di mercato a favore dell’acqua potabile, ormai sempre di più diffusa nelle case di tutta Italia, grazie anche alla rivoluzione importata dalla Germania delle caraffe filtranti.
Il pubblico ministero Raffaele Guariniello ha comunque aperto un’inchiesta sul caso, ipotizzando i reati di frode in commercio e commercio di sostanze alimentari nocive per la salute pubblica, incaricando i Nas delle indagini e affidando l’incarico di un’analisi approfondita ad un docente dell’Università di Torino. Nel frattempo le associazioni dei consumatori, Adoc in prima linea, si sono costituite parte offese nel procedimento avviato a seguito dell’esposto di Mineracqua; e nel caso in cui venissero accertati dei rischi per la salute partirebbe una richiesta di risarcimento dei danni.
Si arriva così a maggio quando, dopo i primi risultati in linea con l’esposto presentato, la Procura di Torino trasmette i dati al Ministero della Salute e all’Istituto Superiore di Sanità. “In alcune caraffe analizzate, il Ph dell’acqua sale a livelli superiori al limite di legge, raggiungendo una quota di acidità che non sarebbe accettabile; inoltre, appaiono tracce di ammonio, sodio e argento in valori superiori a quelli dell’acqua del rubinetto”, dichiara Guariniello, “non sono pericolosi ma non è certo migliorata la situazione”.
In questi giorni, a Roma sembra che i magistrati abbiano dato ragione a Mineracqua, o perlomeno, l’associazione dà questa lettura alla decisione della Procura di iscrivere nel registro degli indagati i tre produttori del filtro di ultima generazione. Nel frattempo, la tedesca Brita ha messo in moto la sua macchina difensiva sin da qualche mese, rendendo noto il parere del Consiglio superiore di sanità per cui “non si rileva nessun rischio per la salute a seguito delle caraffe filtranti” e tirando fuori dal cilindro tutte le autorizzazione ricevute nei paesi continentali, dove il loro uso è quotidiano e datato. Insomma, una battaglia che si combatte a suon di pareri e di analisi, anche se l’ultima parola non è ancora stata detta. E nell’attesa, i previdenti consumatori italiani hanno messo da parte per qualche mese le miracolose caraffe.