
MILANO – Si impiccò in carcere. Ci aveva già provato nove volte. Condannati psicologa e ministero. Luca Campanale è morto nel 2009 a 29 anni, impiccato nel carcere di San Vittore dove era detenuto per rapina. Ma lui, con “un ben evidente quadro psicotico persecutorio” e una cartella clinica che elencava 9 atti di autolesionismo o tentativi di suicidio in 4 mesi, sarebbe dovuto essere nel reparto di massima sorveglianza, scrive Luigi Ferrarella sul Corriere della Sera.
Adesso per quella morte la psicologa Roberta De Simone è stata condannata a 8 mesi (pena sospesa) per cooperazione in omicidio colposo, e il ministero della Giustizia è stato condannato, in solido con la psicologa, a risarcire ai genitori di Campanile un anticipo di quasi 530 mila euro sul futuro risarcimento da stabilirsi in separata sede.
E’ pur vero, spiega Ferrarella, che Campanale, finito a San Vittore per una rapina seguita all’incidente d’auto dopo il quale gli era stato diagnosticato un “disturbo organico della personalità derivato da pregresso grave trauma cranico”, non aveva trovato posto nel reparto di massima sorveglianza per la situazione di sovraffollamento del carcere: 1.400 detenuti su 800 posti.
Ma per il Tribunale di Milano questo non può giustificare quello che appare come un “omicidio colposo”, visti i precedenti di Campanale. Li elenca Ferrarella:
“3 maggio 2009 il detenuto fosse stato segnalato per «aggressione a agente penitenziario e affermazioni autolesionistiche»; il 25 maggio per un «tentativo di impiccagione»; il 30 maggio per un «taglio della pelle del collo»; l’8 e 9 giugno per «ferite da taglio al collo autoinferte»; il 15 giugno per «ferite lacero avambraccio destro e sinistro sul collo»; il 27 giugno per «ingestione volontaria di una lametta»; il 4 agosto per «ferite leggere e profonde da taglio a braccio e avambraccio destro»; e il 9 agosto per «ferite superficiali all’avambraccio destro autoprocurate».”.
