MILANO – Anche Stefania Citterio ”partecipò alla zuffa” e anzi ”si avventò verso la vittima tanto da costituire l’effetto scatenante del suo svilupparsi”. E’ cosi’ che i giudici della Corte d’Assise d’appello di Milano hanno motivato la ‘singolare’ sentenza emessa, lo scorso marzo, a carico della donna nell’ambito del processo di secondo grado per la morte del tassista milanese Luca Massari, picchiato selvaggiamente nell’ottobre 2010 dopo che era sceso per scusarsi per aver investito un cane.
Lo scorso 19 marzo, infatti, la donna venne riconosciuta responsabile di concorso anomalo in omicidio dai giudici d’appello, ma venne condannata soltanto a risarcire i danni ai familiari della vittima. La condanna penale, invece, fu di 10 mesi per minacce. E ciò perché i giudici della seconda sezione della Corte d’Assise d’Appello di Milano (presidente del collegio Anna Conforti) avevano potuto accogliere solo il ricorso dei familiari di Massari, rappresentati dall’avvocato Cristiana Totis, gli unici ad aver chiesto che venisse dichiarata la responsabilità della donna nell’uccisione, anche se ai soli fini del risarcimento danni, ‘unica strada’ per la parte civile.
La Procura, infatti, non aveva presentato appello per chiedere la riqualificazione del reato da minacce a concorso anomalo in omicidio, imputazione che aveva, invece, contestato in primo grado, formulando per la giovane una richiesta di 21 anni di carcere. Nelle motivazioni, appena depositate, la Corte d’Assise d’appello spiega che ”a ciò sollecitata dal motivo di impugnazione proposto dalla Parte Civile, non condivide la conclusione alla quale sono giunti i giudici di primo grado”. Secondo le indagini, sarebbe stata lei la prima ad aggredire Luca Massari. Per quell’aggressione, il 14 luglio 2011, è stato condannato con rito abbreviato (sentenza poi confermata in appello) a 16 anni di carcere Morris Ciavarella, fidanzato di Stefania Citterio. Mentre il fratello di lei, Pietro, in secondo grado e’ stato condannato a 13 anni.
Secondo la Corte, la donna deve ritenersi colpevole d’omicidio, anche se solo ai fini civili, perché fu lei ”l’animatrice dell’intento aspramente rivendicativo verso la vittima” e partecipò a quel ”pestaggio assai violento che si sviluppò attraverso l’azione combinata di tre persone”.