Mafia: al processo sulle stragi ammesso lo Stato come parte civile, non il testimone Ciancimino

Nel processo che vede imputato il boss Francesco Tagliavia per le stragi di mafia del 1993, lo Stato è stato ammesso come parte civile . La corte d’Assise di Firenze ha accolto la richiesta presentata dall’avvocato di Stato per il ministero della Difesa ma ha respinto quelle per la Presidenza del Consiglio e per i ministeri dei Beni culturali e degli Interni. L’associazione delle vittime si rammarica per la scelta. La presidente Giovanna Maggiani Chelli, ”constata con rammarico che la presidenza del Consiglio, il ministero degli Interni, il ministero dei Beni culturali, l’Accademia dei Georgofili e la Provincia di Firenze non sono stati ammessi quali parti civili nel processo per strage a Francesco Tagliavia a causa, crediamo, di assoluta negligenza”.

”Nell’estate – continua la nota – era stata nostra premura informare gli Enti Amministrativi dell’imminente processo. Inoltre credevamo ci fosse grande attenzione verso un processo ampiamente pubblicizzato, visto che il collaboratore che chiama in causa Tagliavia è Gaspare Spatuzza. Ci troviamo invece oggi davanti ad uno Stato latitante nei riguardi della verita’ rappresentata dalla stagione stragista del 1993”.

Al processo davanti alla Corte d’Assise saranno ascoltati come testimoni l’ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, l’ex capo del Dipartimento dell’ amministrazione penitenziaria, Nicolò Amato, e l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino. La Corte ha invece rigettato le richieste di ascoltare gli ex presidenti della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro e Carlo Azeglio Ciampi.

Non è stata ammessa invece la testimonianza di Massimo Ciancimino, mentre tra i testimoni comparirà Gaspare Spatuzza, sulle cui dichiarazioni si basa il processo. Non accolta, invece, la richiesta di ascoltare Giuseppe Graviano. Riguardo Ciancimino, per la Corte, i ”resoconti di stampa, peraltro da recepire con doverosa prudenza, su cui la difesa ha basato la sua richiesta di prova, delineano le dichiarazioni” rese da Ciancimino ”in sede giudiziale, come dilatate e spazianti su un panorama criminoso assai ampio, generiche, declinate de relato e in gran parte attinenti a fatti diversi o che allo stato non appaiono riconottersi con quelli giudicabili”.

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