Operare «sempre e comunque» anche quando sarebbero bastati «esami istologici o agobiopsie» questo il credo della Santa Rita, ormai ribattezzata “la clinica degli orrori”. A dettare le regole Pierpaolo Brega Massone, un soggetto con «un’indole particolarmente malvagia e a cui manca il senso di umana pietà», una persona che «non esita a infliggere sofferenza tramite interventi chirurgici inutili» a malati terminali e a pazienti «totalmente incapaci» solo per ottenere «vantaggi professionali ed economici». Queste le motivazione che i pm di Milano, Grazia Pradella e Tiziana Siciliano, hanno addotto alla richiesta di 21 anni di reclusione per l’ex primario della Santa Rita, meglio conosciuta come la clinica degli orrori.
Sono passati due anni da quando, a Milano, scoppiò lo scandalo Santa Rita: 14 camici bianchi e amministratori della clinica (convenzionata con il Servizio sanitario nazionale) di Città Studi, quartiere “bene” della metropoli, finirono nel mirino della giustizia per presunte operazioni “avventate, inutili, dannose”.
Nove richieste di condanna comprese tra i 21 anni, per Brega appunto, e i due anni per Giuseppe Sala, ex primario di anestesia della casa di cura milanese, che nel pieno dello scandalo del giugno 2008, culminato in 14 arresti. Anche per l’ex braccio destro di Brega, Pietro Fabio Presicci, e per l’altro componente dell’équipe, Marco Pansera, sono arrivate richieste pesanti: 14 anni per il primo e otto anni per il secondo. Loro che, secondo il magistrato, non si sono mai opposti quando il loro capo portava a compimento la «raggelante equazione tra pezzi anatomici dei pazienti asportati e drg», ovvero i codici che servono per ottenere i rimborsi dalla Regione per gli interventi effettuati.
Secondo la Procura milanese i medici imputati, dal 2005 al 2007, avrebbero eseguito ben 83 interventi nella migliore delle ipotesi completamente inutili, effettuando decorticazioni e sezioni, soprattutto di polmoni e mammelle, unicamente per chiedere il massimo dei rimborsi al Servizio sanitario nazionale. Tutto, ipotizzano i pm, per rimpolpare le buste paga che da 1.700 euro al mese potevano lievitare fino a 27mila euro, «in totale mancanza di ogni considerazione per il paziente e per la sua sofferenza», ha più volte sottolineato l’accusa.
Le vicende ricostruite dalle indagini, i racconti dei pazienti, le intercettazioni raccolte dai pm, dipingono camici bianchi senza scrupoli e lunghi calvari affrontati da malati di cancro che si concludevano con operazioni drastiche e invasive. Tutto inizia con l’esposto di un anonimo, quasi sicuramente un “interno” alla clinica, che dà il via agli accertamenti curati dai militari del Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza di Milano.
Nella denuncia si segnalava che i pazienti ricoverati in «regime convenzionato» sarebbero stati sottoposti ad interventi diversi rispetto a quelli effettivamente necessari così da ottenere rimborsi maggiori da parte del Servizio sanitario nazionale.
Brega Massone, anche nel commentare coi cronisti la richiesta dell’accusa, ha ribadito di aver «agito in buona fede». Ora «toccherà alla difesa parlare», ha aggiunto prima di andarsene, mentre la madre di una paziente, in lacrime, sfogava a parole contro di lui la sua rabbia. I pm hanno chiesto anche tre anni e quattro mesi per Mario Baldini e tre anni per Paolo Regolo, ex responsabili di neurochirurgia; tre anni per Giorgio Raponi, otorinolaringoiatra, e per la sua assistente, Eleonora Bassanino; due anni e sei per Augusto Vercesi, ex primario di urologia. Dal 4 maggio parola alle parti civili.
