ROMA – L’annuncio parlava di un monolocale arredato con lavatrice, angolo cottura e ampio bagno. Il tutto in quartiere tra i più piacevoli della periferia Sud di Roma. Seicento euro al mese, tutte le spese incluse. Vai a visitarlo senza troppa convinzione: a un prezzo così basso a Roma offrono solo i seminterrati, questo invece è al secondo piano, dove sarà l’inganno? Il “caratteristico” monolocale era poco più di una stanza, evidentemente ricavata dalla suddivisione dell’appartamento del padrone di casa. I mobili erano di riciclo, con parecchi decenni alle spalle e ante pericolanti dall’aria vissuta. Divanoletto-mignon. Tavolo che nascondeva una lavatrice. Bagno cieco. E sì, piccolo dettaglio: la cucina in balcone. Balcone che, seppur chiuso, lasciava inevase una serie di domande circa la regolarità degli impianti. E la certezza che il tutto fosse un filo abusivo.
Nella ricerca di un monolocale in affitto a Roma questo è sicuramente l’incontro più pittoresco. Siccome il taglio di appartamento in questione non è tra i più gettonati nella capitale (carenza di single?) di solito ci si imbatte in garage riadattati con affaccio diretto su strada, ritagli da ampi appartamenti come il delizioso monolocale descritto, soffitte o solai riadattati ad appartamentini “indipendenti”, sale hobby riconvertite con accesso a parte.
Una piccola rivincita se la sono tolta i nove autori dei racconti che compongono “Cerco casa, non un cesso”, pubblicato da 80144 edizioni. Nove racconti sulla difficilissima ricerca di una stanza o di un appartamento in affitto senza disporre di grandi mezzi. Ecco, ad esempio, un brano tratto “Come cacciare un coinquilino”, di Angelo Zabaglio e Andrea Coffami:
Optai allora per un buco in zona Furio Camillo (a sette minuti dall’ufficio dove lavoravo) per la misera somma di trecentocinquanta euro mensili, più le spese. Una pazzia che, se ci ripenso ora, mi darei le chiavate in testa. Dodici metri quadri di merda, in nero, in una casa con altri tre inquilini. Per un totale di millequattrocento in nero che il proprietario si prendeva puliti puliti ogni mese. Non ho mai potuto sapere chi era: mai visto, mai sentito. Più volte ho provato a chiedere, ma nulla
Questo brano invece è da “Tra camere al franchi”, di Mattia Frasca, ambientato a Siena:
«Oh, mamma, ma cos’è tutta questa roba?». Appena aperta la porta, ci si ritrovava davanti una marea di cose accatastate, armadi, sedie, comodini, buste e pacchi. «Passate di qua». Ci facemmo strada per un angusto passaggio. Il resto della casa era più o meno sgombro, la proprietaria aveva ammassato tutto all’ingresso e in una delle tre camere che di conseguenza non poteva affittare. «Allora, sia chiaro che per voi tutto questo non esiste. Non dovete toccare niente, non dovete guardare niente, non dovete neanche pensare a queste cose. Va bene?» Nessuno di noi si tirò indietro. In fondo, era solo questione di abituarsi a un passaggio un po’ strettino. Ci sedemmo al tavolo della cucina e uscì fuori il resto della storia. L’inquilina precedente era rimasta improvvisamente vedova e non aveva più potuto pagare fin quando la proprietaria non era stata costretta a sfrattarla e a diventare, a quel punto, la custode di tutte le cose rimaste nell’appartamento. «Comprese le sue mutande, chiaro?» aveva precisato.