
NORMAN ATLANTIC – Impotenti perchè per la propria salvezza si dipende da altre persone, come il capitano, l’equipaggio o gli altri passeggeri, in balia del mare e inghiottiti dal buio lontano dal proprio luogo di origine, e con barriere linguistiche che soprattutto in situazioni di emergenza possono diventare veri e propri macigni insormontabili.
Ecco come ci si può sentire in casi come quello del traghetto in fiamme Norman Atlantic secondo Rosa Spagnolo, neuropsichiatra infantile e psicoanalista della Spi (Società psicoanalitica italiana).
“Esperienze come queste, soprattutto se affrontate in solitudine, senza la famiglia, i parenti o gli amici, predispongono ancora di più allo sviluppo di traumi” spiega l’esperta, che evidenzia anche come un’ulteriore trauma può derivare anche “dall’immaginario catastrofico su come si muore in mare, che si ha ben impresso perche’ riproposto spesso dai mezzi di informazione nei casi degli sbarchi dei migranti sulle nostre coste o in occasione di tragedie come quella della Costa Concordia”.
“Per chi sopravvive a eventi simili- aggiunge- vi sono due tipi di problematiche da affrontare, ‘accompagnati’ da un supporto psicologico: oltre all’esperienza che si e’ vissuta vi e’ necessario anche anche elaborare i lutti di persone che si e’ viste morire. Il procedimento e’ quindi più lento e l’obiettivo da raggiungere e’ quello di trasformare il trauma, che e’ sempre presente, in un ricordo, negativo ma come altri della vita”.
“Nell’incendio del traghetto Norman Atlantic – conclude Spagnolo – sembra acquisire sempre più rilievo la figura positiva del capitano: nel nostro immaginario questa figura è alla pari di un padre di famiglia, è l’ultimo a lasciare la nave e prima di mettersi in salvo si assicura che lo siano tutti gli altri”.
