ROMA – Il numero esagerato di parti cesarei in Italia ha evidenziato la necessità di una riforma del sistema sanitario legato alla maternità, una vera situazione di emergenza che il ministero della Salute e le Regioni hanno dichiarato voler risolvere entro tre anni. Attuando “la promozione e il miglioramento della qualità, della sicurezza e dell’appropriatezza degli interventi assistenziali nel percorso nascita e la riduzione del taglio cesareo”, come stabilisce parte del titolo del programma.
Miriam Guana, presidente della Federazione dei collegi delle ostetriche, ha osservato come nel Progetto obiettivo materno-infantile, che risale a 10 anni fa, “erano stati previsti ospedali da 500 parti all’anno per la gestione di gravidanze e parti fisiologici. In realtà si è visto che anche negli ospedali piccoli i tagli cesarei raggiungevano il 50 per cento”, questo poiché i piccoli ospedali, non disponendo di strumenti, attrezzature e personale medico necessari, preferiscono il cesareo anche in caso di parto non particolarmente a rischio.
Al fine di garantire maggior sicurezza e migliore assistenza a madre e bambino la riforma si muoverà su due fronti, la riqualificazione degli ospedali e del territorio. Le strutture ospedaliere saranno suddivise in base alla propria capacità di assistenza: le strutture di “primo livello” dovranno rispondere adeguatamente a dei parti considerati normali, ovvero con basso rischio di complicazioni, mentre le strutture di “secondo livello” dovranno garantire personale medico e disponibilità completa di mezzi, servizi di diagnostica e laboratori 24 ore su 24. Inoltre ogni ospedale dovrà munirsi di un sistema di trasporto d’emergenza per il trasferimento di mamme e neonati.
La “continuità assistenziale” è un altro punto chiave della riforma: a livello territoriale sarà creato un modello dipartimentale tra ospedali e distretti socio-sanitari, consultori familiari e servizi legati alla maternità, che seguiranno le donne non solo nel parto, ma anche nella delicata fase del puerperio. Una novità invece è l’incentivo, anche economico, al parto naturale e la garanzia per tutte le donne di sottoporsi ad epidurale.
La creazione di un punto nascita comporta anche una soglia minima di parti all’anno affinché sia possibile garantire la sicurezza, soglia stimata dall’Organizzazione mondiale della sanità ai 500 parti l’anno. Questo poiché studi hanno mostrato che all’aumentare del numero di nascite diminuisce la mortalità infantile: con una media di 1 parto e mezzo al giorno i medici dovrebbero essere maggiormente preparati ad affrontare tempestivamente ed al meglio le situazioni di emergenza.
Alcune associazioni quali la Sigo, società italiana di ginecologia e ostetricia, la Sin o società italiana neonatologia , e la Simm, società italiana medici manager, hanno presentato un progetto di certificazione di qualità dei punti nascita, una ‘lista’ di ospedali che rispondono ai parametri definiti dall’Institute of medicine (Iom), istituto americano che raggruppa le sue società scientifiche, parametri quali la sicurezza, l’efficacia, l’efficienza, la tempestività nell’intervento, l’equità e la centralità dei pazienti e delle loro famiglie.
Il presidente della Sin Paolo Giliberti ha spiegato che “la bozza dovrebbe essere pronta entro la fine del mese di aprile. Per adesso è un’iniziativa di tipo privatistico e vale solo come indicazione. Ci candidiamo tuttavia a verificare la presenza dei requisiti richiesti e speriamo che il ministero faccia proprio questo percorso”. Sebbene tutti siano concordi nella necessità di una riforma concreta e di una riqualificazione delle strutture, e lo stato abbia dichiarato di voler porre la parola fine a questo progetto entro tre anni, alcuni aspetti dell questione saranno delicati da affrontare, come la disponibilità economica agli investimenti necessari in un settore, quello sanitario, che in Italia soffre già molto per i tagli e le inevitabili opposizioni dei piccoli centri alla chiusura, se giudicati non adeguati a garantire la sicurezza secondo i nuovi standard imposti.
