“Uccide perché è povero e rom”: l’attenuante bugiarda che vale 4 anni

Niccolò Savarino

MILANO – Era il 12 gennaio del 2012 quando il vigile urbano Niccolò Savarino, di turno in un parcheggio della Bovisa a Milano, venne travolto da un suv. Un ladro era alla guida, l’impatto violentissimo, Savarino morì sul colpo. Ci vollero giorni di richerche per rintracciare il ladro di suv nonché assassino del vigile: la polizia rintracciò in Ungheria Remo Nikolic, un rom. Ci vollero poi ulteriori accertamenti per capire che Nikolic era minorenne. Un certificato infine dimostrò che il ragazzo, nato in un carcere femminile a Parigi, aveva 17 anni e pochi mesi la sera dell’assassinio.

Remo Nikolic è stato condannato a 15 anni per quell’omicidio, ottenendo 4 anni di sconto grazie alle attenuanti generiche. Il motivo? Secondo il giudice lo sconto ci voleva perché l’ambiente familiare in cui ha vissuto è ”caratterizzato dalla commissione di illeciti” e dalla ”sostanziale totale assenza di scolarizzazione”.

In sostanza il giovane Nikolic è nato in carcere, è cresciuto in un  ambiente criminale, non è andato a scuola. E quindi, quale altra vita poteva conoscere se non quella criminale? La sentenza non solo annulla ogni possibilità di redenzione per le centinaia di Nikolic (anche con sangue e cognome italiano, si intende) nati e cresciuti in situazione di grave disagio sociale, ma ammette che insomma si possa “premiare” Nikolic perché povero e rom e questo premio vale 4 anni in meno da passare in carcere.

Questa sentenza annulla anche il lavoro certosino di centinaia di insegnati, di centinaia di onlus, assistenti sociali, che da anni si impegnano per l’inserimento sociale, e primariamente scolastico, dei rom. Proprio perché la povertà, l’ignoranza e la criminalità non siano, appunto, un destino scritto e immodificabile come invece sembra dire questo sconto di pena.

Infine, questa sentenza è anche un colpo per una giustizia che si possa considerare “giusta”. Le sentenze non “puniscono” e basta, assegnano anni di galera in base al principio della pericolosità sociale: più dimostri di essere un pericolo per la società, più “meriti” il carcere. E che lezione si può trarre da uno sconto di pena assegnato a un ragazzo che considerava, per stessa ammissione del giudice, “normale” delinquere, che rubava per sopravvivere, che accettava l’uccisione di un vigile come un incidente di percorso, senza contare la ”freddezza mostrata immediatamente dopo aver commesso il reato, la fuga, le reticenze e le mendacità”, come recita la sentenza stessa?

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Elisa D'Alto