Rignano Flaminio, le famiglie delle maestre: "Lo stop al processo è una tortura"

VITERBO – ''Vogliamo che la nostra innocenza sia riconosciuta al più presto. Persone per bene come noi, ingiustamente accusate da sei anni di reati ignobili, non possono essere torturate all'infinito. Vogliamo essere giudicati al piu' presto''.

Così i famigliari di Silvana Magalotti, una delle tre maestre della scuola Olga Rovere di Rignano Flaminio, vicino a Roma, accusata insieme e due colleghe, al marito di una di loro e a una bidella di pedofilia ai danni di una ventina di bambini, commentano la notizia che il processo potrebbe ricominciare daccapo perche' un giudice ha lasciato il collegio.

''E' vero che la gente del posto, che ci conosce e ci stima – aggiungono – ci ha assolto fin dal primo momento, anzi non ha mai creduto alle accuse, e che questo ha aiutato le maestre a ritrovare un po' di serenità, ma è indispensabile che sia la giustizia a mettere la parola fine a questa storia e che lo faccia al più presto''.

Dello stesso parere i familiari di Marisa Pucci, l'altra maestra residente a Rignano Flaminio. ''Immaginate – dicono – cosa potrebbero provare gli imputati, innocenti, a ricominciare il processo, gli interrogatori dei testimoni, dei periti, la pressione mediatica. Sarebbe un'altra lunga insopportabile tortura. In un paese civile non si può sospendere un processo di questa importanza perché uno dei magistrati ottiene un altro incarico, per di più provvisorio''.

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Maria Elena Perrero