ROMA – Da giorni i carabinieri sapevano dove si trovasse Mohamed Nasiri. Lo seguivano in ogni spostamento, perché il telefonino, trovato ai piedi del cadavere, era intercettato. Eppure gli inquirenti hanno deciso di non intervenire. Non volevano “inquinare l’ambiente”, non erano certi che quel cellulare fosse soltanto nelle mani di Nasiri, uno dei due marocchini che il 4 gennaio ha ucciso Zhou Zheng e la sua bambina di nove mesi.
I carabinieri spiegano che le intercettazioni sono partite solo il 7 gennaio. Da allora ci sarebbero state solo due telefonate brevissime, che non avrebbero consentito di individuare esattamente dove si trovasse Mohamed. Hanno aspettato, tra un blitz e l’altro nella zona est della città, dove le celle telefoniche agganciavano i segnali del cellulare del marocchino: Prenestino, Torpignattara e San Lorenzo, fino al 9 gennaio, quando il segnale del telefonino è sparito nella zona di Valmelaina, dove da un ferramenta è stata comprata la corda bianca che è diventata il suo cappio.
Domenica scorsa il corpo del marocchino è stato ritrovato appeso alla corda in un capanno nella campagna di via Boccea. Mohamed Nasiri, fino al 9 gennaio, non si è mai allontanato troppo da via Giovannoli, e qualcuno lo ha aiutato a nascondersi, perché non risulta che l’uomo sia passato al Quadraro, dove viveva con altri connazionali.
Il suo corpo è stato ritrovato due giorni fa, Mohamed indossava jeans e una maglietta, in un angolo del capannone c’erano il cardigan e il giubbotto ripiegati, in terra pane, yogurt, una bottiglia di ammoniaca, un succo di pompelmo, veleno per topi e una busta di latte. In tasca aveva 300 euro. Si cerca il complice del duplice omicidio, ma gli investigatori sono anche sulle tracce delle persone che hanno aiutato Mohamed Nasiri nella fuga.