San Raffaele, Don Verzé: “Rivendico tutte le mie responsabilità”

MILANO – ”Mi offro al giudizio di tutti, dei signori pubblici ministeri, del consiglio di amministrazione, dell’opinione pubblica e rivendico l’intera responsabilita’ morale e giuridica di quanto avvenuto per il San Raffaele, ne rivendico peraltro anche la fondamentale importanza del suo esistere e del suo perpetuarsi nella panoramica della cultura e della sanita”. Lo scrive don Luigi Verze’ in una lettera aperta con la quale rompe il silenzio sulle vicende che riguardano il gruppo sanitario da lui fondato il quale, scrive il sacerdote, ”oggi non e’ fallito. E’ stato messo sotto la protezione del Vaticano e della Giustizia”.

”Confido di avere anche la forza (fisica) di affrontare dinanzi a tutti questo passo al quale non ho intenzione di sottrarmi”, aggiunge.   In un altro passaggio della lettera di don Luigi Verze’ si legge che ”Del San Raffaele, quindi, sono stato e sono io l’ispiratore; tutto quanto e’ stato necessario per la realizzazione di questa opera nella aspirazione alla ottimalita’ in ciascuno dei suoi versanti risale a me; nulla di quanto essenzialmente connesso alla funzionalita’ del San Raffaele mi e’ estraneo: non so come Mario Cal abbia gestito nei particolari la sua funzione, ma escludo che abbia agito nel suo personale interesse e comunque mi assumo tutta la responsabilita’ di quanto e’ stato compiuto nella superiore finalita’ dell’Uomo realizzata dal San Raffaele”.

”Si’, e’ vero – ammette-, un aereo il dott. Mario Cal, mio vice esecutivo, mi propose di acquistarlo per risparmiare tempo e fatiche, sempre disponibile ad andare in India, a Dharamsala (Tibet), in Africa, in America Latina, oltre che a Roma, a Cagliari, ad Olbia, a Taranto, in Sicilia ecc.”      D’altra parte rivendicando di aver creato un ospedale che ”guariva tutti senza aspettare un grazie”, il fondatore del San Raffaele ricorda che ”Sono sacerdote di 91 anni: ne ho viste di tutti i colori e mi sono semplicemente proposto di non lasciare il mondo assistenziale come l’ho trovato: cameroni di 30-40 letti, spesso sgangherati, senza  servizi. Solo i ricchi – ricorda don Verze’ – potevano accedere alle case di cura privare, tenute soprattutto da Religiosi”.

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