ROMA – Nullatenente per il fisco, non per i pm. Giovanni De Carlo, una delle figure chiave nell’inchiesta Mafia Capitale, l’uomo dei contatti con vip dello sport e dello spettacolo, attraverso una serie di prestanome sarebbe in realtà intestatario di numerosissime attività a Roma.
A raccontare quali, secondo gli investigatori, è Sara Menafra sul Messaggero:
A gestire per lui affari e denaro contante sarebbero stati i fratelli De Vincenti e in particolare Lorenzo, coinvolto in una galassia di società piccole e medie (quasi sempre negozi), sebbene anche lui risulti senza reddito dichiarato e dunque «privo di lecita capacità contributiva». Nel complesso, pur risultando lui stesso senza reddito, Lorenzo De Vincenti avrebbe gestito a nome di Giovanni De Carlo un patrimonio di almeno 300mila euro in contanti, escludendo le proprietà immobiliari.
I De Vincenti, è la teoria dell’accusa, sarebbero stati “a disposizione” di De Carlo. Ancora il Messaggero:
Stando all’informativa del Gico della Guardia di finanza depositata ieri nel corso dell’udienza del tribunale del Riesame chiamato a discutere la posizione di Salvatore Buzzi e di altre sedici persone, i fratelli De Vincenti «si sono messi a completa disposizione di De Carlo, anche acquisendo pacchetti societari di diverse attività imprenditoriali».
La ricostruzione spiega che sotto al boss Giovanni De Carlo, esiste una rete di collaboratori. Primo tra tutti Lorenzo De Vincenti: «Il fidato e fedele prestanome De Vincenti Francesco ha una posizione più elevata rispetto all’imprenditore colluso Russo Fabio, essendo espressione diretta e longa manus di De Carlo Giovanni», scrive il Gico. Lorenzo De Vincenti ha anche un ruolo operativo: «Allo stesso viene concesso il privilegio di maneggiare le somme di denaro riciclate dall’attività imprenditoriale di Russo Fabio, da destinare all’odierno proposto De Carlo Giovanni».
Sempre De Vincenti, «in virtù della residenza a Fregene» si occupa di gestire i contatti con Filippo Franchellucci, proprietario dello stabilimento Miraggio Club, dove ”Giovannone” De Carlo si era fatto costruire una sala riservata, «un’ala del ristorante – si legge negli atti – di cui neanche Filippo Franchellucci possedeva le chiavi».