«Quella di Diana Blefari Melazzi è stata una morte annunciata, un suicidio di cui c’erano tutti i segnali». Lo ha detto l’avvocato Caterina Calia, difensore, insieme all’avvocato Valerio Spigarelli, della brigatista suicida oggi nel carcere di Rebibbia a Roma.
L’avvocato Caterina Calia ricorda«le battaglie che da almeno 4 anni stiamo facendo a colpi di perizie per Blefari Melazzi. Era una donna ammalata, soffriva di un profondo disagio e aveva bisogno di cure adeguate e di stare in luoghi adeguati che non erano certo il carcere».
Il gup del tribunale di Roma, Pierfrancesco De Angelis, lo scorso aprile, aveva disposto una perizia psichiatrica per verificare la capacità di stare in giudizio e quella di intendere e di volere di Diana Blefari Melazzi, dopo che la terrorista aveva aggredito nel maggio dello scorso anno un agente di polizia del carcere romano di Rebibbia dove stava scontando l’ergastolo per l’omicidio del professor Marco Biagi, ucciso a Bologna il 19 maggio del 2002.
L’episodio, secondo i suoi legali, sarebbe stato uno dei tanti dovuti alle particolari condizioni psicologiche in cui versava la detenuta dopo la condanna all’ergastolo a Bologna. I difensori della brigatista gli avvocati Caterina Calia e Valerio Spigarelli, avevano chiesto la consulenza affidata al professor Antonio Pizzardi, sostenendo che Blefari non fosse in grado di presenziare al processo.
Il 27 ottobre scorso, quando la Cassazione confermò la condanna all’ergastolo per Blefari, senza successo, l’avvocato Spigarelli cercò di contestare la legittimità della perizia medica eseguita nell’appello bis sostenendo che era di parte in quanto affidata ad un consulente del pm che si era già occupato del caso.
«Sono profondamente scosso e non solo professionalmente, scosso umanamente come di rado mi è capitato». Così l’avvocato Valerio Spigarelli, legale di Diana Blefari Melazzi, «non voglio fare dichiarazioni ad effetto chi mi conosce sa che non amo fare dichiarazioni e men che meno in queste circostanze. La storia giudiziaria di Diana Blefari Melazzi la conoscete tutti: in più occasioni abbiamo presentato istanze chiedendo la sua incapacità di stare in giudizio. E sapete tutti questa vicenda come è andata a finire».
Della stessa linea anche Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, che si batte per i diritti nelle carceri: «Aveva senso tenere in carcere una persona che stava così male? Quella di Diana Blefari è una morte annunciata. Chiunque l’abbia incontrata in carcere – aggiunge Gonnella – si è reso conto che la neobrigatista non aveva più la capacità di intendere e volere, era in un evidente stato di grave patologia psichiatrica. Andava dunque aiutata ed è invece stata lasciata sola.
Quello di Diana Blefari è il sessantesimo caso di suicidio in carcere dall’inizio dell’anno – ricorda Gonnella – «si tratta dunque di un emergenza a cui va data urgentemente una risposta».
Il suicidio della Belfari riporta alla luci vecchie battaglie e il problema delle condizioni precarie delle carceri italiane. «Nonostante il carcere di Rebibbia femminile sia quello più grande d’Italia e con la più grave carenza di agenti, il personale in servizio è stato tempestivo ed è subito intervenuto per prestare soccorso», ha sottolineato Leo Beneduci, segretario generale dell’Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria (Osapp), che fa rilevare come di notte, in sezione, sia generalmente presente un solo agente che però ha la responsabilità di sorvegliare un numero sempre maggiore di detenuti visto l’elevato tasso di sovraffollamento delle carceri italiane.
L’Osapp, inoltre, punta il dito contro la carenza di agenti a Rebibbia femminile dovuta anche al fatto che «da lì attingono gli uffici ministeriali per dirottare il personale verso attività amministrative non istituzionali. Su questo fronte – prosegue Beneduci – il capo del Dap Franco Ionta non è mai intervenuto, tanto che a Rebibbia femminile spesso saltano ferie e riposi”. “Ciononostante – conclude l’Osapp – l’intervento dell’agente in servizio è stato immediato».
«Il sistema carcerario italiano ha dato, ancora una volta, l’ennesima dimostrazione di inumanità e inefficienza non riuscendo a cogliere i segnali di allarme di una situazione da tempo gravissima». Lo ha detto il Garante dei detenuti del Lazio Angiolo Marroni commentando il suicidio, in una cella del carcere di Rebibbia, di Diana Blefari Melazzi.
Il Garante ha ricordato che due anni fa, nel novembre del 2007, aveva già denunciato pubblicamente il caso della Belfari Melazzi soggetto schizofrenico e inabile psichicamente, figlia di madre con la stessa malattia e morta suicida ristretta in regime di 41 bis.
«I precedenti familiari della donna – ha spiegato – le sue condizioni psichiche in tutto il periodo di detenzione, il suo comportamento quotidiano, la sua solitudine, il suo rifiuto del cibo, delle medicine e di ogni contatto umano contribuivano a tratteggiare un quadro complessivo che doveva necessariamente far scattare un campanello d’allarme che, evidentemente, non si é attivato in tempo. Evidentemente – ha concluso Marroni – il fatto che dopo gli allarmi sia stato declassato il regime dal 41 bis a detenuta comune non ha comunque aiutato questa donna che ha continuato a tenere un atteggiamento di totale chiusura verso tutto e verso tutti. A quanto sembra, nei giorni scorsi era stata fatta tornare da Sollicciano per sentirsi confermare la sentenza. Io credo che, fermo restando le sue responsabilità, questa donna dovesse essere curata e assistita lontano dal carcere».