
ROMA – Nella battaglia su Telecom spunta anche un’ipotesi, al vaglio della Procura di Roma, che potrebbe rivelarsi devastante. I pm stanno infatti esplorando la possibilità che ci possa essere stato un patto tra i maggiori azionisti per sterilizzare il diritto di voto e favorire così l’ascesa degli spagnoli di Telefonica. A corroborare la tesi degli inquirenti ci sarebbe anche la lettera di dimissioni di Franco Bernabè nella quale aveva già esposto i suoi dubbi.
La versione fornita da Bernabè ai pm potrebbe rivelarsi decisiva e far volgere il fascicolo d’indagine sul reato di ostacolo alla Vigilanza. Sebbene il procuratore di Roma, Giuseppe Pignatone e l’aggiunto Nello Rossi, precisano che “non vi sono indagati per il reato di ostacolo alla vigilanza né per alcun altro reato”.
Scrive Fiorenza Sarzanini sul Corriere della Sera che sono almeno 3 le ipotesi di criticità in merito ad un accordo, stipulato il 24 settembre scorso, tra i soci di Telco (Assicurazioni Generali, Intesa San Paolo e Mediobanca) e Telefonica.
AUMENTO DI CAPITALE – La prima riguarda l’aumento di capitale sottoscritto da Telefonica per 324 milioni di euro e destinato a ripianare i debiti bancari. E infatti ci si concentra sull’opzione di acquisto delle azioni al prezzo di 1,09 euro che rappresentava quasi il doppio del prezzo di mercato pari a 0,57. Ma anche sulla scelta di emettere azioni ordinarie di Telco di categoria C senza diritto di voto fino al 31 dicembre 2013 che Telefonica si è impegnata ad acquistare dai soci.
CONVERTENDO – Sospette sarebbero poi le modalità di emissione dell’ormai famoso prestito convertendo da un miliardo e trecento milioni di euro sottoscritto dal fondo americano BlackRock.
I primi ad avanzare dubbi sono stati i piccoli azionisti di Asati che hanno evidenziato nel loro esposto alla Consob «un trattamento iniquo verso tutte le minorities a cui è stato strappato un diritto in anticipo, chiedendo a posteriori una approvazione in una assemblea straordinaria nella quale occorreranno i due terzi per arrivare al rigetto». I controlli effettuati dal Nucleo Valutario hanno fatto il resto, evidenziando il ruolo ancora non chiaro avuto da Telecom Finance Sa e la sottoscrizione del bond per 100 milioni dalla stessa Telefonica e per altri 200 milioni da BlackRock, nonostante inizialmente si fosse deciso di escludere gli Stati Uniti dal collocamento.
I sospetti dei pm sono gli stessi già esposti due volte alla Consob dalla Findim di Marco Fossati e dall’Asati. Secondo i piccoli azionisti il patto avrebbe favorito l’ascesa di Telefonica in Telco, che arrivanto al 66% si è così garantita la governance dell’azienda.
TELECOM ARGENTINA – C’è infine un terzo filone di indagine in merito alla vendita di Telecom Argentina a Fintech per 960 milioni di dollari con 860 milioni per la cessione delle azioni e altri 100 per affari collegati.
Al centro delle verifiche c’è la congruità del prezzo per stabilire se sia vero quanto sostenuto dalle parti che hanno concluso l’affare circa il vantaggio economico per Telco. Il dubbio è che in realtà la vendita sia stata decisa soprattutto per favorire le richieste degli spagnoli di Telefonica che hanno numerosi interessi nello Stato sudamericano e rischiavano di avere problemi di antitrust se non avessero «alleggerito» la propria partecipazione azionaria in alcune società.
I DUBBI DI BERNABE – Era stato proprio Bernabè a sottolineare gli aspetti negativi dell’operazione prima nella sua lettera di dimissioni, poi durante un’audizione in Parlamento.
Dubbi esposti nuovamente di fronte agli inquirenti, nell’interrogatorio di giovedì, durato circa tre ore. Bernabè era favorevole all’aumento di capitale ma non trovò all’epoca “il supporto dei soci riuniti in Telco”. Per questo, scrisse nella lettera di dimissioni
“ho deciso di fare un passo indietro, non senza avere rappresentato al board la necessità di dotare la società dei mezzi finanziari necessari a sostenere una strategia di rilancio”.
