L’AQUILA – Il Corriere della Sera riporta la storia di Marta Valente, la studentessa salvata dopo 23 ore trascorse sotto le macerie a L’Aquila, in seguito al tragico terremoto del 2009. Un anno fa ha completato gli studi nell’ateneo del capoluogo abruzzese e si è laureata in Ingegneria gestionale con il massimo dei voti, la lode e una menzione speciale. Subito dopo, ha vinto un dottorato di ricerca nella stessa università e trovato lavoro all’interno di una società consortile che gestisce in Abruzzo il Polo di innovazione del settore agroalimentare.
A distanza di quasi tre anni dall’incubo del 6 aprile, la ragazza denuncia: “Sono stata dimenticata dallo Stato”. Malgrado il terremoto l’abbia danneggiata dentro e fuori, consegnandole tra i ricordi più cattivi una vasta e impressionante cicatrice sulla testa e la quasi totale insensibilità del piede sinistro, lei non gode dello status di terremotata. “È stata data importanza alla ricostruzione delle prime e delle seconde case ma non alla ricostruzione personale di chi, come noi, ha subito danni realmente documentabili”, racconta al Corriere.it.
Dopo essere stata estratta dalle macerie, Marta è stata ricoverata in strutture ospedaliere per 102 giorni. Una volta uscita, ha dovuto pagare anche parte delle spese mediche e farmacologiche sostenute per i danni causati dal sisma. Non è stata mai risarcita per la perdita di tutti i suoi beni personali o per il calvario a cui da allora si sottopone, quotidianamente o periodicamente, tra sedute di fisioterapia e riabilitazione per recuperare il normale movimento delle gambe, interventi chirurgici per migliorare il danno estetico alla testa, terapie per metabolizzare lo choc subito a livello psicologico. Finora ha speso più di centomila euro.
Le è stata riconosciuta un’invalidità del 75% ma, racconta lei stessa, “non essendo residente nei comuni del cosiddetto cratere, non ho avuto la possibilità di accedere alle agevolazioni concesse ai residenti, ad eccezione del contributo di 200 euro per autonoma sistemazione che, nel mio caso, è stata più che altro ospedaliera”.
