L’alibi di Raniero Busco traballa. Nell’ottava udienza per l’omicidio di Simonetta Cesaroni, l’impiegata uccisa con 29 coltellate il 27 agosto 1990 negli uffici dell’associazione degli Ostelli della Gioventù in via Poma a Roma, l’accusa ha formalizzato in un fascicolo i dubbi sull’alibi dell’allora fidanzato della giovane che, davanti alla III Corte d’assise risponde di omicidio volontario aggravato dalla crudeltà .
A ricostruire le indagini relative alla verifiche agli argomenti difensivi portati da Busco è stata in aula il maresciallo dei carabinieri Flora De Angelis. «Il primo alibi fornito da Busco – ha detto – è stato quello di aver passato il pomeriggio del delitto in compagnia di Simone Palombi. Una circostanza smentita nel 2004 dallo stesso Palombi che ha riferito come quel giorno era a Vallecorsa al capezzale della zia suora in fin di vita e di essere tornato a Roma alle 19.45». In seguito l’imputato ha riferito che quel giorno stava nel garage di casa a riparare un’auto e di essere stato visto da quattro persone. Interrogate, secondo quanto riferito dal maresciallo «due di queste persone hanno asserito di non ricordare di averlo visto, altre due persone hanno invece confermato tale circostanza».
Ma proprio queste ultime due testimoni, persone amiche della mamma di Raniero, sono state intercettate al telefono il giorno prima che fossero sentite dagli inquirenti, mentre si sarebbero confrontate sull’orario in cui avrebbero visto Busco, accordandosi sul punto e tranquillizzando la madre dello stesso imputato.
Dall’udienza è emerso anche che furono fatte indagini anche per verificare un eventuale coinvolgimenti dei servizi segreti nel delitto di via Poma. Il maresciallo dei carabinieri Luigino Prili ha detto: «Nel 2006 la Procura ci chiese di fare indagini su eventuali coinvolgimenti dei servizi segreti e se avessero personale negli ostelli – ha detto – ciò in quanto l’allora segretario nazionale dell’associazione italiana alberghi della gioventù era Vito Di Cesare, cognato dell’allora prefetto Malpica che era il direttore del Sisde. Dagli accertamenti non emerse però nulla di rilevante».
Nello stesso anno però furono comunque fatti approfondimenti su un’altra persona che riferì di aver collaborato negli anni Novanta con i servizi e di aver visionato dei filmati e sentito delle intercettazioni fatte all’ingresso dello stabile di via Poma. «Ci disse che il materiale – ha detto il militare – era depositato presso un suo conoscente in Romania e che ce lo avrebbe consegnato.
La questione si rivelò però del tutto falsa». La Procura inviò anche due lettere ufficiali a Sismi e Sisde per avere notizie in merito a tali intercettazioni, ma entrambi i vertici degli 007 risposero che tale persone non aveva mai collaborato con loro e che non erano mai state installate telecamere nello stabile di via Poma.
