IL CAIRO – In prigione, al Cairo, l’Italiano Andrea De Giorgio ci ha passato tre notti. Era a piazza Tahrir nei giorni delle proteste e non per curiosare. Soprattutto De Giorgio, che ha raccontato nei dettagli i suoi tre giorni da incubo in una lunga lettera al Corriere della Sera, non era da solo. Con lui c’erano “Laura (videogiornalista freelance), Samah (giornalista palestinese di Gaza) e Marco (corrispondente per siti e blog indipendenti) eravamo nel quartiere di Zamalek di ritorno da piazza Tahrir”.
De Giorgio racconta di essersi fermato vicino piazza Tahrir dove osservava un incendio e di essere stato interrogato e pedinato. Poi la perquisizione e un arresto senza motivo.
Scrive De Giorgio: ” Nei quattro giorni di permanenza al Cairo prima dell’arresto, frequento assiduamente piazza Tahrir scattando foto e parlando con la gente. Il centro geografico della capitale egiziana, a quasi un anno dalla rivoluzione del 25 gennaio, ritorna a essere il cuore pulsante di quella che un po’ frettolosamente i media hanno chiamato «primavera araba». Stare in Egitto da giornalista, in questi giorni delicati, non può che voler dire stare in piazza, nonostante i ripetuti controlli e intimidazioni della polizia in borghese (labaltaghiyya) nei confronti di chi cerca di testimoniare la deriva violenta della piazza e la spietata repressione da parte del regime militare del maresciallo Tantawi”.
Quindi arriva l’arresto: “Ci avviciniamo a un gruppo di persone che sta osservando alcune palme andate in fiamme sulla sponda del Nilo nel cuore del Cairo. Facciamo alcune foto e domande ai presenti per capire cosa fosse successo. All’improvviso ci ritroviamo al centro dell’attenzione di un gruppetto di egiziani che ci fanno strane domande. Capendo che la situazione poteva diventare pericolosa ci allontaniamo subito, accorgendoci che gli stessi ragazzi ci stanno seguendo. Rallentiamo spaventati. Senza motivo volano pesanti insulti in arabo diretti alla ragazza palestinese. La situazione precipita. Dopo aver cercato di scappare fermando il primo taxi che passa, ci ritroviamo con gli stessi egiziani che attirano e fomentano una piccola folla di curiosi che comincia ad accusarci dell’incendio e a chiederci i documenti. Pochi minuti dopo arriva la polizia, ma senza capirne il motivo ci perquisiscono, ci caricano in macchina e ci portano in questura”.
L’accusa, surreale, è di spionaggio e di terrorismo internazionale. De Giorgio, in carcere e sotto pressione e minacce, ci resta tre giorni. Poi alla fine la luce, almeno per lui. In Egitto, però, la strada per la “normalità” è ancora molto lunga.
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