ROMA – Al di là di trattati come Start e Npt, la minaccia delle armi atomiche non sembra proprio diminuire, anzi: secondo il rapporto diffuso dal Sipri, l’Istituto Internazionale di Ricerche sulla Pace di Stoccolma, in tutto il mondo sono ancora 20.530 le testate atomiche, detenute in tutto da otto Paesi. Rispetto all’anno scorso una diminuzione c’è stata, ma di sole duemila unità. Di queste oltre ventimila testate, poi, cinquemila sono “operative”, cioè pronte ad essere lanciate nel giro di pochi minuti.
La geografia di chi detiene le testate non è molto cambiata negli ultimi decenni: in vetta alla classifica c’è la Russia, con 11mila testate atomiche, mille meno di un anno fa. Vengono poi gli Stati Uniti, con 8500 unità, 1100 in meno del 2010. Seguono Francia, Gran Bretagna e Cina, rispettivamente con 300, 225 e 240 testate. Questi Paesi, però, hanno tutti sottoscritto, nel 1968, il Trattato di non proliferazione nucleare (Npt), che prevede di limitare la diffusione delle armi nucleari.
A destare preoccupazione è la linea pro-armamenti di India e Pakistan, che non hanno mai firmato l’Npt. Spaventare non tanto i numeri (New Dehli ha tra le 80 e le 100 testate, Islamabad tra le 90 e le 110), quanto il fatto che la tendenza non sia alla diminuzione, come negli altri Paesi, ma all’aumento: l’anno scorso l’India aveva tra le 60 e le 80 testate, il Pakistan tra le 70 e le 90.
Washington e Mosca, poi, che da sole detengono il 95 per cento delle testate mondiali, hanno intrapreso la strada del disarmo anche con i trattati Start (Trattati di riduzione delle armi strategiche), il primo dei quali risale al 1991, mentre l’ultimo è stato siglato l’8 aprile del 2010 dai presidenti americano e russo Barack Obama e Dmitri Medvedev.
L’ultimo Start, in particolare, prevede di limitare le testate e bombe nucleari a 1550, i vettori nucleari, tra missili balistici intercontinentali, sottomarini nucleari lanciamissili e bombardieri pesanti, a 800, e gli stessi vettori nucleari operativi, cioè pronti all’uso, a 700.
E a preoccupare, appunto, sono i Paesi che proprio non ne vogliono sapere di ridurre i propri arsenali. “India e Pakistan – si legge nel rapporto – , estranee al Trattato di Non Proliferazione Nucleare del 1968, continuano a sviluppare nuovi sistemi balistici e tattici capaci di portare testate atomiche. Questi Paesi stanno anche aumentando la propria capacità di produrre materiali fissili per scopi militari”.
I due Paesi, storici rivali, con alle spalle già tre conflitti, continuano anche a “espandere le capacità di produrre materiale fissile”, cioè plutonio e uranio per fabbricare altre bombe.
Due note del rapporto riguardano poi Israele e Corea del Nord: se il primo “sembra attendere gli sviluppi del programma nucleare iraniano”, Pyongyang, di cui non si hanno dati ufficiali, “dovrebbe aver prodotto abbastanza plutonio da costruire un piccolo numero di testate nucleari.
Ma quanto costa mantenere questi arsenali di distruzione? In media, calcola l’Ispri, il costo mondiale è di 1630 miliardi l’anno, l’equivalente del Prodotto interno lordo italiano. La spesa maggiore è sostenuta dagli Stati Uniti, che, nel 2010, hanno destinato alla spesa militare 688 miliardi. Segue la Cina, con una spesa di 119 miliardi, poi Gran Bretagna (59,6 miliardi), Francia (59,3 miliardi) e Russia (58,7 miliardi). Decimo posto per l’Italia, che destina alle spese militari 37 miliardi.