Cina. Assolta donna internata per aver protestato contro lo stupro della figlia

Tang Hui attorniata dai giornalisti

PECHINO, CINA – Un tribunale cinese ha dato ragione al ricorso di una donna che era stata internata in un campo di lavoro per avere protestato, “disturbando la quiete pubblica”, chiedendo la pena di morte per i violentatori di sua figlia. Le autorità dovranno pagarle un risarcimento simbolico di 2,941 yuan (311 euro). La figlia della donna era stata sequestrata, violentata e costretta a prostituirsi nel 2006, quando aveva 11 anni, ed era stata liberata con un blitz della polizia.

Due dei criminali che l’avevano rapita furono condannati a morte, mentre ad altri quattro fu inflitto l’ergastolo e uno fu condannato a 15 anni di prigione. Pene troppo lievi, secondo la donna, che si chiama Tang Hui e ha 40 anni. Tang Hui lancio’ una campagna per chiedere la condanna a morte di tutti i rapitori, che ebbe una forte eco su internet raggiungendo vasti settori dell’opinione pubblica cinese. La protesta suscitò le ire della polizia, che l’arrestò e la internò in un “laojiao”, un capo di rieducazione attraverso il lavoro.

Avrebbe dovuto restarci 18 mesi ma fu rilasciata dopo soli otto giorni in seguito alle proteste suscitate dal suo arresto. In primo grado, la sua denuncia era stata giudicata infondata. La Corte d’appello le ha invece dato ragione, affermando che “la sua libertà personale è stata violata” e che le è stato inflitto un “danno mentale”. La Corte non ha però accettato la seconda richiesta di Tang Hui, che avrebbe voluto anche scuse formali dalle autorità che ne avevano ordinato l’arresto.

I giudici hanno ritenuto che “le scuse” siano state “autorevolmente presentate” nel processo di primo grado. La donna si è dichiarata soddisfatta e ha ringraziato tutti coloro che l’hanno sostenuto in questa battaglia. Ma alcuni dei suoi sostenitori non si sono accontentati. ”Povera donna – ha scritto uno di loro su Weibo, il twitter cinese – ha vinto la causa ma ha perso finanziariamente. La somma che le è stata riconosciuta non basta per comprare un sigaro a un funzionario corrotto!”.

Da anni si parla di una possibile abolizione del “laojiao” – da non confondere coi “laogai”, i campi di lavoro forzato che sulla carta sono stati aboliti nel 1997 – ma che finora non si è concretizzata. All’inizio del 2013 l’agenzia ufficiale Nuova Cina ha annunciato che è allo studio un progetto per abolire entro la fine dell’anno il “controverso sistema” della rieducazione attraverso il lavoro.

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lgermini