PECHINO – Di giorno spaccavano le pietre e di notte erano costretti a incollarsi ai computer per uccidere demoni virtuali. Liu Dali e i suoi compagni del campo di lavoro di Jixi (nel nord est della Cina) scavavano fosse nelle miniere di carbone ma poi, non appena calava il buio, erano costretti, per conto dei secondini, a guadagnare enormi quantità di crediti virtuali, dandosi da fare nei videogame online.
“In questo modo i boss della prigione – racconta Liu Dali al Guardian – facevano più soldi che sfruttando il lavoro manuale. C’erano 300 detenuti costretti a giocare. Lavoravamo per dodici ore. Li ho sentiti dire che riuscivano a guadagnare qualcosa come 550-650 euro al giorno. Noi non abbiamo mai visto un soldo. I computer non venivano mai spenti”.
“Quando non riuscivo a raggiungere gli obiettivi dei videogames, mi punivano fisicamente. Mi costringevano a restare con le mani alzate e durante il tragitto per tornare al dormitorio, mi colpivano con dei tubi di plastica. Dovevamo continuare a giocare fino a quando la vista reggeva”.
L’accumulo di crediti in videogame come World of Warcraft attraverso la ripetizione di semplici azioni è anche conosciuto come gold farming, ovvero la coltivazione dell’oro. Se le risorse sono virtuali, chi vuole comprarle per avanzare di livello o accrescere i propri poteri, deve pagare con soldi veri. Sono milioni i videogiocatori disposti ad aprire il portafoglio per entrare in possesso di questi preziosi crediti.