Ghermay, da disperato a schiavista. E ora ride dei barconi pieni di migranti

Ghermay, da disperato a schiavista. E ora ride dei barconi pieni di migranti (foto LaPresse)

ROMA – Caricano i barconi fino al doppio della loro portata massima. Poi si parlano al telefono e ci ridono su. La colpa, si dicono, non è loro, ma “di quelli che vogliono partire”. E se un barcone affonda allora è il momento del rammarico. Umanità e barlumi di coscienza non c’entrano nulla: il rammarico è per il mancato guadagno su quelle persone diventate corpi senza vita che galleggiano sul Mediterraneo.

Gli scafisti, quelli che Matteo Renzi lunedì ha definito i “nuovi schiavisti”, sono come uno se li aspetta: avidi, cinici, disumani. Quello che uno non si aspetta è che si possa fare il salto della barricata, diventare da schiavo a schiavista, da disperato che viaggia sul barcone a organizzatore di quei viaggi.

E’ invece la parabola compiuta, secondo gli investigatori, Asghedom Ghermay, etiope, arrivato in Italia nel 2009. Un signore che al telefono col suo socio spiega che in casa sua di profughi ne tiene 117, “dormono in piedi”. E’ stato accolto, aiutato, ha ottenuto ospitalità e il permesso di soggiorno fino al 2019. Ed è diventato mercante di schiavi. La sua storia la racconta, intercettazioni telefoniche alla mano, Giovanni Bianconi per il Corriere della Sera:

I poliziotti del Servizio centrale operativo hanno intercettato molte conversazioni tra Ermias e Ghermay. Per esempio quelle del giugno scorso, quando Ghermay dice che non può rientrare nel suo Paese «perché ho iniziato un business qui… mi occupo di prendere le persone che arrivano con le barche»; è in questa occasione che Ermias lo recluta nella sua organizzazione. Poco dopo ancora Ghermay comunica all’uomo di Tripoli che «c’è molto movimento e le cose stanno andando bene», sono già arrivate due barche e 1.000 migranti quattro giorni prima, «mentre oggi ne è arrivata una di 1.000 persone ma ancora non so di chi è». Spiega che lui va a prendere i profughi con le macchine a Agrigento o Catania, e «organizza i viaggi per Roma, si fanno pagare 150 euro, di questi lui ne guadagna 50 a persona».

Bianconi definisce il business di Ghermay un “traffico ben rodato”. In cui a rimetterci sono i profughi, che lo pagano, e lo Stato, che si vede soffiare risorse, come quei “pasti a costo zero” che gli scafisti riescono a garantire non si sa bene come. Ancora il Corriere:

I trafficanti raccomandano ai clandestini di evitare il fotosegnalamento, ché altrimenti rischierebbero il respingimento dal Nord Europa verso l’Italia. I migranti diventano così «clandestini a tutti gli effetti», che Ghermay e i suoi complici si occupano di far entrare di nascosto nei centri di accoglienza, «coordinandosi telefonicamente per evitare il controllo dell’equipaggio della polizia». Da lì, sempre di nascosto, vengono fatti uscire dopo aver pagato la nuova tratta e accompagnati alle stazioni di pullman o treni per Roma e Milano, dove due distinte «cellule» dell’organizzazione indirizzeranno i profughi verso Svizzera, Germania, Norvegia, Svezia, Olanda o altri Paesi. Nell’attesa, tenendoli nei campi, «i trafficanti riescono a garantire vitto e alloggio a costo zero per gli stessi», accusano gli inquirenti, il che significa a spese dello Stato italiano.

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Emiliano Condò