Tanigaki, il primo a firmare tanti decreti esecutivi dall’ex Guardasigilli Eisuke Mori (9 nel 2008-09), ha menzionato in conferenza stampa gli ultimi sondaggi commissionati dal governo che danno un gradimento diffuso verso la pena di morte oltre l’85%. “Ho studiato bene la questione – ha aggiunto Tanigaki, in merito al decreto di morte – e si è trattato di un caso efferato, con tanto di dolore delle vittime e delle loro famiglie”. Masanori Kawasaki, questo il nome del giustiziato, era stato condannato a morte a marzo 2009 per il triplice omicidio di sua cognata e dei suoi figli, di cui aveva poi sotterrato i corpi, in un tragico episodio del 2007 avvenuto a Sakaide, prefettura di Kagawa.
La Corte distrettuale di Takamatsu aveva rigettato la tesi della difesa sull’insanità mentale emettendo la sentenza di condanna capitale, convalidata dall’Alta Corte di Takamatsu nel 2009 e poi, in ultima battuta, dalla Corte Suprema nel 2012. La pena eseguita per impiccagione, come vuole la normativa nipponica, rappresenta il quinto round in 18 mesi circa, ed è la prima dallo scorso dicembre, quando il ministro della Giustizia firmò il decreto per altri due condannati. Stessa sorte sarebbe toccata a un altro ‘ospite’ del braccio della morte, Shigeo Okazaki, 60 anni, morto però per un arresto respiratorio solo qualche ora prima dell’esecuzione.
Amnesty International Japan ha espresso una dura condanna sull’orientamento del governo Abe, “opposto alle richieste della comunità internazionale sull’abolizione” definitiva del boia. L’associazione che si batte per i diritti umani ha rimarcato il rischio sempre presente di errori giudiziari, come nel ‘caso Hakamada’, l’ex pugile professionista accusato di aver ucciso quattro persone prima di essere scagionato dopo 46 anni di carcere, quasi tutti nel braccio della morte, grazie alla prova del Dna. Uno sviluppo che ha ribaltato una serie di prove, ritenute approssimative e ‘costruite’.