GUVECCI (CONFINE TURCHIA-SIRIA), 14 GIU – Incontrollabili voci di inaudita ferocia barbarica, assieme a conferme sulla capillarita' della repressione del regime siriano che usa spie, tank ed elicotteri contro i civili ma che e' anche alle prese con le diserzioni dei suoi militari cui e' rimasto un barlume di umanita': questo e molto altro si poteva cogliere oggi a Guvecci, un paesino da 500 abitanti sul lato turco del confine con la Siria nei pressi del mare dove le autorita' di Ankara consentono ai profughi di rifornirsi di cibo lasciandoli tornare poi, anche se solo per pochi metri, in territorio siriano. Dove la notte scorsa ha piovuto a dirotto per ore e non tutti gli accampati hanno un riparo ben impermeabilizzato come gli oltre 8.500 profughi gia' accolti nelle vicine e ordinate tendopoli di Yayladigi e Altinozu.
''Due donne con i seni tagliati da soldati siriani sono state ricoverate in ospedali turchi due giorni fa'', ha sostenuto uno dei profughi bofonchiando la propria localita' di provenienza ma rifiutandosi di darsi un nome per evitare di essere individuabile dai servizi segreti siriani: il suo riserbo lo spiega il gesto con cui mima il taglio della gola. ''Non conosco la loro eta' '', dice riferendosi alle due vittime. ''Ma l'ho saputo'', ha aggiunto solo prima di allontanarsi verso il negozietto del villaggio.
Controllare l'informazione e' difficile: all'ospedale di Antiochia, il capoluogo provinciale carico di storia di crociati e templari, chi chiede informazioni ai portantini di chirurgia viene rimandato al primario, che a sua volta pretende autorizzazioni scritte del governatore della provincia di Hatay.
A Guvecci, per evitare 'incroci' di dati, nessun nome vuole rivelare anche un profugo di 30 anni di Idlib, ex giardiniere, che oggi faceva da guida ai giornalisti nello strettissimo e scosceso sentiero creato nella boscaglia di aghifoglie in pochi giorni di andirivieni dai profughi in cerca di cibo: ''Ho partecipato a proteste contro il governo e quando ho saputo che avevano il mio nome, sono fuggito. Se mi prendono posso essere ucciso'', dice. E aggiunge che la sua famiglia ''e' in un posto al sicuro''.
''Hanno sparato a uomini e animali, bombardato con i tank, attaccato con gli elicotteri'', dice un giovane profugo di Jisr ash Shughur, una delle citta' piu' colpite dalla repressione del presidente Bashar Al Assad nei giorni scorsi. I ''carri armati'', il bestiame falcidiato e il momento ''in cui siamo fuggiti all'improvviso'' sono negli occhi e nelle parole anche di un ragazzino di 12 anni da tre giorni accampato nei pressi di Guvecci con 13 familiari che gli hanno messo addosso una tuta marrone, sandali e pantaloni a pinocchietto di una poco nota marca che sembra australiana.
Nel punto in cui i media internazionali riescono a cogliere echi di cio' che e' avvenuto nel black out informativo siriano, c'e' anche chi da' nome e cognome – e firma pure – quando gli si chiede di scriverlo su un taccuino: Abdollah Hamoud che racconta di come ''abbiamo rifiutato Assad ma ci siamo ritrovati senza elettricita', telefono, senza pane ne' acqua''. C'e' chi incrocia un ex colonnello che da' dettagliate conferme di diserzioni. All'Ansa un profugo dice di aver visto ieri, accampati in zona, soldati siriani ormai senza divisa. I volti sono giovani e stanchi, spesso sudati per la salita resa difficile dalla pioggia torrenziale della nottata: ''Una meta' e' senza riparo'', riferisce un profugo indicando la direzione dove, chi puo', ha tirato su una cinquantina di tende con teloni per lo piu' azzurri oltre la strada che segna il confine fra Turchia e Siria. Sulle condizioni delle migliaia di altri che si stima siano oltre le alture della valle, si puo' solo lavorare con l'immaginazione.