ISLAMABAD, 15 GIU – E' certamente un oltraggio in ogni parte del pianeta, ma costringere a forza una donna educata in un clima islamico conservatore a girare per le strade del suo villaggio nuda, e schernita dei suoi aguzzini, e' un trattamento simile ad una incancellabile marchiatura a fuoco.
Cosi' e' stata trattata una donna pachistana di 50 anni nel villaggio di Neelor Bara, non lontano da Abbottabad, citta' dove si nascondeva Osama bin Laden, per la decisione di una jirga (consiglio) che ha acconsentito che si punisse in questo modo il sospetto che suo figlio Kazim fosse responsabile di una relazione illecita con una donna sposata.
La jirga, dopo aver concesso al marito tradito il divorzio dalla moglie incinta, Sumera Bibi, ha avallato anche una forma supplementare di risarcimento morale, con una 'lezione' da impartire alla madre del presunto colpevole.
Cosi' Sulemaan, il protagonista della bravata, ha convocato alcuni amici ed ha fatto irruzione in casa della donna che e' stata trascinata fuori, denudata e portata in giro per le strade senza che nessuno cercasse di intervenire.
La malcapitata ha confermato ad un giudice l'accaduto ma, ha sostenuto, ''il trattamento ricevuto mi costringe all'esilio. Dovro' andarmene perche' non me la sento piu' di condividere la quotidianita' con la gente che mi ha visto in quello stato''. Il marito, Ghulam Sarwar, ha detto di avere paura perche' ''cinque responsabili sono latitanti e potrebbero tornare per ucciderci''.
I media pachistani hanno coperto la vicenda nel giorno in cui da una inchiesta di una fondazione della Reuters e' emerso che il Pakistan e' il terzo posto al mondo peggiore per la vita di una donna, preceduto solo da Afghanistan e Congo. La regista Samar Minallah ha detto all'Ansa che ''il Pakistan ha anche leggi per proteggere le donne, ma non sono applicate per cui questo ne fa veramente un paese pericoloso per il genere femminile. In Parlamento ci sono tantissime deputate e senatrici, ma non riusciamo ad ottenere maggiori diritti per le donne''.
In Afghanistan, il burqa a cui sono costrette molte donne e' divenuto il simbolo della sofferenza, in un paese dove non mancano vessazioni che mettono a repentaglio la vita stessa di quante cercano di non subire passivamente la propria sorte.
E' il caso di una coraggiosa zia del villaggio di Qulburs (provincia nord-orientale di Takhar) di nome Latifa che ha denunciato alla stampa lo stupro subito dalla nipotina di 12 anni e che e' stata assalita dal marito Sharif, il quale, armato di un'ascia, l'ha ferita per il suo ''comportamento immorale'', lasciandola in una pozza di sangue.
In una telefonata dal suo nascondiglio di latitanza, l'uomo ha ammesso tutto, ribadendo di aver attaccato la moglie per la sua ''corruzione morale'' e di essere protetto nel suo operato dall'insegnamento della Sharia (legge coranica). Al riguardo l'attivista afghana Siduqa Rasuli ha spiegato all'Ansa che ''accanto alla poverta' ed al lungo conflitto, il nostro paese ha molti altri aspetti che lo rendono il posto peggiore dove una donna possa vivere: la privazione della liberta' individuale e la permanenza in una situazione di ignoranza che rafforza i dogmi di una societa' maschilista''.
