ROMA – A rapire i due italiani in India, Paolo Bosusco e Claudio Colangelo, ci sarebbero, secondo la rete Ndtv, i ribelli maoisti Naxaliti. Il termine deriva dal villaggio di Naxalbari, nello Stato del Bengala Occidentale, dove nel maggio del 1967 scoppiò una rivolta di contadini poverissimi contro i latifondisti locali.
Diffusi soprattutto negli Stati indiani dell’Andra Pradesh, dell’Orissa e del Chhattisgarh, i Naxaliti sono accreditati di un esercito di circa 10-15.000 uomini riuniti nel Peoplès Liberation Guerrilla Army, espressione militare del Partito comunista indiano (Maoista) il cui leader è Muppala Lakshman Rao, detto Ganapathi. Negli ultimi anni, dopo essersi macchaiti di sanguinosa attentati, hanno preso a finanziarsi ricorrendo ai rapimenti.
I Naxaliti si ispirano alle teorie di Mao Zedong sulla rivoluzione rurale e sulla Lunga Marcia dalle campagne verso la capitale e riconoscono come loro fondatore il leader comunista Charu Mazumdar, morto in un carcere indiano nel 1972. Dopo il suo ultimo congresso clandestino, il partito maoista ha sancito la leadership di Muppala Lakshman Rao.
Nello stato indiano sono attivi circa 20mila guerriglieri maoisti, che rappresentano oggi una delle principali sfide per la sicurezza interna dell’India. Occupano un “corridoio rosso” che s’estende dallo Stato meridionale dell’Andhra Pradesh, attraversa il Chattisgarh, fino al West Bengala e al Nepal.
Secondo stime del governo, i ribelli comunisti sono presenti in un terzo dei 600 distretti indiani, in prevalenza campagne e foreste popolate da comunità tribali.
Nel 2009, l’anno più sanguinoso, i ribelli hanno lanciato oltre mille attacchi contro obiettivi governativi, uccidendo almeno 600 persone. Ma i sanguinosi attentati, le estorsioni e i rapimenti per finanziarsi li hanno confinati dietro un muro di ostilità dell’opinione pubblica.
