LIMA, 27 SET – Nel cuore della selva peruviana è scoppiata la febbre dell’oro. E la regione di Madre de Dios, paradiso naturale dove convive la maggior diversità di flora e fauna del pianeta, è diventata un inferno.
Gli abitanti della zona, soprattutto popoli originari, la chiamano ”terra di nessuno”. In questo angolo del Perù, infatti, si intrecciano storie di corruzione, attività mineraria illegale, sfruttamento della manodopera, danni ambientali e perfino prostituzione minorile. Un calderone in cui convivono le realtà più amare del continente latinoamericano.
Dati del ministero dell’Ambiente alla mano, le conseguenze delle perforazioni minerarie ”stanno determinando la sparizione della flora e della fauna”. Tra deforestazione, rumori provenienti dalle attività di estrazione e residui tossici, la Riserva nazionale di Tampopata – dove convivono tre ecosistemi differenti – rischia per esempio di sparire: le attività minerarie hanno già distrutto oltre 18 mila ettari di boschi e, con questi ritmi, nel giro di un anno ne saranno deforestati almeno altri 1.500.
”Sono stati concessi 26 permessi di estrazione nella riserva e altri 43 aspettano conferma”, sostiene il dicastero. In almeno 21 fiumi amazzonici sono state gettate oltre 3mila tonnellate di mercurio, e per ogni chilo di oro che si estrae sono utilizzati quasi 3 chili del metallo. Dall’anaconda all’aquila arpia: almeno 950 specie sono a rischio. Il ministro dell’ambiente Ricardo Giesecke ha promesso che metterà fine a questa situazione: ”Stiamo lavorando per fare un monitoraggio della zona e per garantire la presenza dello Stato”. Perfino un parlamentare, Eulogio Amado Romero, è stato chiamato in causa con l’accusa di ricevere 5 chili di oro al mese, direttamente dalle miniere illegali.
A Madre de Dios non esistono regole e la febbre dell’oro colpisce anche la dignità umana. Un rapporto di Save the Children afferma: ”Ci sono almeno 1.100 minorenni depredati e sfruttati sessualmente”. Adolescenti portati sul luogo, ingannati dalla promessa di un lavoro onesto, che finiscono nella rete della prostituzione. Intrappolati in locali che da fuori sembrano bar ma che sono bordelli: ‘prosti-bares’, li chiama la polizia locale. In ogni locale, afferma Hilda Calderon, psicologa e attivista del luogo, ”si prostituiscono almeno 50 donne e stanno aumentando i casi di Aids. Nelle miniere lavorano anche bambini di 8 anni. Ma nessuno fa nulla”.
