BEIRUT – In vista del possibile sedicesimo venerdì consecutivo di proteste anti-regime in Siria, l'esercito governativo prosegue la massiccia offensiva militare nella regione montagnosa del nord-ovest al confine con la Turchia, mentre si registrano nuovi arresti di dissidenti a due giorni dall'annuncio dell'avvio, tra due settimane, della prima fase del ''dialogo nazionale''.
Testimoni oculari citati dall'Osservatorio nazionale per i diritti umani in Siria (Ondus) e dai Comitati di coordinamento locali (Lccs), piattaforma degli organizzatori della mobilitazione in corso da metà marzo, affermano che sono almeno sette i civili uccisi oggi dai carri armati e dai soldati di Damasco, impegnati sui Monti Zawiya, poco lontano dall'autostrada Hama-Aleppo e nell'angolo nord-occidentale della Siria a poche decine di km dalla frontiera. Le località oggi più colpite sono Rama, Mar Ayyan, Aram al Jawz e Ihsem. Nelle prime due sarebbero stati uccisi i sette civili.
Dalle sei tendopoli allestite nella vicina provincia turca dell'Hatay giungono intanto notizie di un lento ritorno in patria di oltre mille dei quasi dodicimila profughi fuggiti dalla metà di giugno alla repressione militare. Solo due giorni fa si era svolta a Damasco un'inedita quanto controversa riunione di intellettuali dissidenti e oppositori che non rifiutano il dialogo con il regime.
Sempre lunedì scorso il regime aveva annunciato che il prossimo 10 luglio si svolgerà la prima seduta del'''incontro consultivo'', fase preliminare del dialogo nazionale.
L'urgenza di avviare il ''dialogo nazionale'' è stata evocata nelle ultime ore da Buthayna Shaaban, consigliere presidenziale, riapparsa in pubblico dopo settimane di assenza mediatica, concedendo un'intervista alle TV americane Cnn e SkyNews nell'ambito della recente campagna di apertura ai giornalisti stranieri avviata per mostrare che la stampa estera non è (più) bandita dalla Siria.
Una frangia massimalista del fronte del dissenso ha però criticato la riunione degli oppositori a Damasco, affermando che ''non si tratta con chi ha le mani intrise nel sangue''.
Secondo i bilanci degli attivisti, circa 1.400 civili sono stati uccisi in tre mesi di repressione, oltre a 340 tra militari e agenti, freddati da bande di lealisti perché si sarebbero rifiutati di sparare ai manifestante.
Un portavoce militare di Damasco aveva nei giorni scorsi riferito di un bilancio analogo (1.300 morti), affermando però che si tratta di militari e poliziotti uccisi dalle bande di terroristi che da metà marzo imperverserebbero nel Paese. E se da un lato non si placano cortei e sit-in quotidiani di protesta, specie di notte, nei vari epicentri della mobilitazione, proseguono – sempre secondo attivisti – gli arresti di dissidenti e manifestanti.
Un migliaio di persone erano state fermate nell'ultima settimana, mentre oggi un dirigente socialista è stato arrestato ad Aleppo e un altro curdo a Hasake, nel nord-est. Sempre ad Aleppo, città finora rimasta ai margini della mobilitazione con l'eccezione del campus universitario, circa 300 avvocati hanno organizzato un sit-in di protesta nel Palazzo di Giustizia, disperso poco dopo da dimostranti lealisti.
