GAZA, 8 SET – Prima udienza oggi nella Striscia di Gaza del processo per il rapimento e l'uccisione di Vittorio Arrigoni, il volontario italiano votato alla causa palestinese rimasto vittima ad aprile, nell'enclave controllata dagli islamico-radicali di Hamas, di un'azione attribuita a un gruppo ultraintegralista salafita ispirato ad Al-Qaida.
Alla sbarra, dinanzi a una ''corte militare'' di Gaza City, sono chiamati Mohamed Salfiti, Tamer Hasasnah, Khader Gharami e Aamer Abu-Ghula, tutti originari della Striscia. I primi due sono accusati d'aver partecipato direttamente all'operazione – e furono catturati nel corso di un blitz durante il quale vennero uccisi i loro presunti complici principali, un giordano e un altro palestinese -, mentre Gharami e Ghula sono indicati come fiancheggiatori. In teoria gli imputati rischiano fino alla pena di morte, ma secondo esperti legali di un'organizzazione per i diritti umani locale la famiglia della vittima avrebbe comunque in caso il diritto di chiedere la non esecuzione della condanna.
Stando alle indagini condotte dagli organismi giudiziari di Gaza controllati da Hamas, Arrigoni sarebbe stato sequestrato da una cellula salafita in vista d'un possibile scambio con un leader della galassia ultraintegralista detenuto a Gaza. Sul movente e sull'ipotesi di ulteriori mandanti restano tuttavia ombre e latitano finora concreti approfondimenti investigativi.
L'attivista italiano, che viveva a Gaza da anni denunciando senza risparmio la politica israeliana e il blocco della Striscia, fu catturato il 14 aprile 2011 e ucciso – strangolato – nel giro di poche ore: ben prima della scadenza fissata in un video di rivendicazione in cui l'ostaggio (proposto come merce di scambio), appariva malconcio, ma ancora vivo, seppur additato come corruttore straniero dei costumi islamici a Gaza.