MEMPHIS, STATI UNITI – Da 18 anni si professano innocenti, ma quando si sono dichiarati colpevoli sono usciti di prigione. E’ paradossale la vicenda legale e umana di tre condannati per l’atroce assassinio di tre bambini, finiti dietro le sbarre con una condanna all’ergastolo quando erano ancora ragazzi, e che ora sono di nuovo liberi, ma ormai uomini maturi.
Tutto e’ iniziato il 6 maggio del 1993, quando in un canale di scolo di Robin Hood Hill, vicino West Memphis, Arkansas, vennero ritrovati i corpi nudi e martoriati di tre piccoli boy scout, che avevano otto anni. Gli investigatori avanzarono l’ipotesi che i tre piccoli fossero stati sacrificati nel corso di un rituale satanico e questo porto’ la polizia sulle tracce di Damien Echols, che aveva 18 anni anni ed era vicino al neopaganesimo.
Da lui si arrivo’ poi a Jessie Misskelley, che confesso’ il delitto, tirando in ballo lo stesso Echols e anche un terzo ragazzo, Jason Baldwin, allora diciassettenne come lui. In seguito, Misskelley ritratto’ la confessione, ma venne comunque condannato all’ergastolo, cosi’ come Baldwin, mentre Echols venne condannato a morte.
Sin dall’inizio, la vicenda ebbe grande spazio sui media americani, cosi’ che molti si convinsero della colpevolezza dei tre ragazzi; ma anche molti altri della loro innocenza. Sulla vicenda vennero poi scritti libri, girati documentari e anche organizzati concerti beneficenza. Fino alla nascita di una sorta di movimento per la liberazione de ”I tre di West Memphis”, che col tempo hanno avuto espressioni di sostegno anche da diverse celebrita’ come Winona Ryder, Tom Waits, il gruppo rock Metallica, Johnny Depp.
Anche i genitori di due delle vittime cominciarono a credere alla loro innocenza. La svolta ha iniziato a prendere corpo quando nel 2007 e’ emerso che il dna trovato sulla scena del delitto non era compatibile con quello dei tre condannati. Allo stesso tempo, quel test ha dimostrato la presenza sul posto di altre persone che non sono state mai identificate.
Nel 2010 la Corte Suprema dell’Arkansas ha infine stabilito che i tre condannati potevano presentare in tribunale nuove prove a loro discarico, in una udienza fissata per il prossimo dicembre. Gli avvocati della difesa hanno pero’ frattanto iniziato a cercare un accordo che evitasse ai tre la trafila di un nuovo processo. Anche per evitare allo Stato dell’Arkansas una eventuale azione legale in caso di assoluzione in un nuovo processo, la pubblica accusa ha proposto la formula dell’ ”Alford plea”.
Ovvero un raro procedimento in cui l’imputato, pur professando la propria innocenza, riconosce che l’accusa ha prove per convincere una giuria, e si dichiara colpevole. Cosi’ ieri, i tre si sono presentati in un tribunale dell’ Arkansas, dove si sono dichiarati colpevoli, e il giudice li ha condannati a 18 anni e 78 giorni di reclusione, ovvero esattamente quanto hanno gia’ trascorso in prigione. E pertanto, avendo gia’ scontato la condanna, i tre sono infine usciti da tribunale come uomini liberi.
