BEIRUT 25 MAG Per il terzo gio – BEIRUT, 25 MAG – Per il terzo giorno consecutivo, Sanaa e' stata oggi sconvolta da una vera guerriglia tra forze governative e miliziani di una importante confederazione tribale che si e' alleata all'opposizione nel chiedere le dimissioni del presidente Ali Abdullah Saleh, al potere da quasi 33 anni. Gli scontri sono concentrati nel quartiere Hasabah, dove le forze di sicurezza hanno stabilito numerosi posti di blocco, mentre i ribelli delle tribu' al Hashid hanno a loro volta eretto barricate e hanno preso il controllo di diversi edifici governativi, tra cui quelli dell'agenzia di stampa ufficiale Saba e dei ministeri del commercio e del turismo. ''Cio' che sta accadendo, sono azioni provocatorie per trascinarci in una guerra civile'' ha detto il presidente Saleh, aggiungendo che egli comunque' combattera' contro ''coloro che minacciano la stabilita' e la sicurezza del Paese''. Dopo quattro mesi di manifestazioni, repressione e scontri sporadici in tutto il Paese, che hanno causato la morte di oltre 220 persone, domenica socrsa il presidente Saleh si e' rifiutato per la terza volta, all'ultimo momento, di firmare un accordo per la sua volontaria uscita di scena in cambio dell'immunita'. Un accordo mediato dai Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo (formato da Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Oman, Bahrein e Kuwait), che hanno poi interrotto i loro sforzi e che oggi Saleh ha esortato a fare passi conciliatori, pur sottolineando che egli non prendera' ordini da alcuna potenza straniera. Appena poche ore dopo, da Londra il presidente degli Stati Uniti Barack Obama lo ha esortato a lasciare il potere ''immediatamente''. Se Saleh si ostinera' a non firmare, gli Usa potrebbero fare pressioni sulle Nazioni Unite affinche' a lui e ai membri della sua famiglia che occupano importanti posti nella gerarchia militare politica, vengano imposte severe sanzioni, secondo fonti a Washington citate dal New York Times. In un'intervista alla Reuters, Saleh si e' oggi di nuovo detto ''pronto a firmare, nell'ambito di un dialogo nazionale e di un chiaro meccanismo..per la transizione del potere''. E in tono conciliante, ha anche aggiunto che lascera' la presidenza ma non il Paese, e continuera' a fare politica dalle file dell' opposizione. In molti a Sanaa pero' sembrano non volergli piu' credere. Sin da questa mattina, molte famiglie hanno iniziato ad abbandonare la citta', nel timore di una escalation ulteriore degli scontri iniziati lunedi' scorso, quando le forze governative hanno affrontato gli uomini della tribu' Hashid nei pressi della residenza del loro capo, Sadek al-Ahmar, accusandoli di ammassare armi all'interno di una scuola. Da allora, i morti sono almeno una quarantina e i feriti oltre 150. ''Lo Yemen, spero – ha detto Saleh – non sara' un altro Stato fallito o un'altra Somalia. La gente e' ancora in grado di gestire una transizione pacifica del potere''. Prospettiva che pero', affermano oggi diversi osservatori, sembra sempre piu' lontana.
