
BAMIAN, AFGHANISTAN – Come Romeo e Giulietta: Mohammad Ali (21 anni) e Zakia (18), sono due giovani afghani che si amano ma non possono né vedersi né sentirsi né, tanto meno, sposarsi. Rod Nordland del New York Times racconta la loro storia.
L’Afghanistan del 2014 ha molti punti in comune con la Verona di Shakespeare, quanto a tabù. Una donna, povera o ricca che sia, non può sposare un uomo appartenente a un gruppo etnico-religioso diverso da quello della propria famiglia, né tanto meno può uscire di casa senza portare il velo e senza la compagnia di almeno un membro maschile della propria famiglia.
Ma perché Zakia e Mohammad rischiano addirittura la morte, solo perché vogliono difendere e vivere il loro amore? Contro chi e che cosa sono costretti a lottare? Contro la loro stessa società, che impone un’applicazione rigida della Shari’a, in particolare nei confronti della donna, che è considerata come merce da vendere nel mercato dei matrimoni combinati (la cosiddetta “dote”, che la famiglia della donna riceve “in cambio” della figlia).
Il secondo ostacolo al matrimonio tra i due giovani è rappresentato dalle lotte fra tribù che determinano, di volta in volta, gli equilibri di potere, sullo sfondo di una più ampia e radicale contrapposizione fra i due principali gruppi religiosi in Afghanistan: sunniti (85%) e sciiti (15%).
Zakia, appartenendo a una famiglia sunnita di etnia tagika, non può sposare Mohammad, che è di etnia hazara, prevalentemente sciita. I giudici sono in maggioranza sunniti, perché rispecchiano la religione della maggioranza degli afghani. In quanto sunniti, i magistrati non permettono che una sunnita sposi uno sciita, arrecando oltraggio alla propria famiglia e alla propria tribù.
La famiglia di Zakia chiede che la ragazza sia riportata sotto la sua autorità, a dispetto della stessa legge afghana, la quale impone che una persona maggiorenne, come la diciottenne Zakia, non risponda più all’autorità della propria famiglia, ma solo a quella della legge.
La circostanza si spiega considerando il fatto che, in Afghanistan, a comandare non è lo Stato, ma sono le tribù sottostanti ai due principali gruppi religiosi (sciiti e sunniti), le quali tribù sono in continua lotta tra loro e considerano lo Stato come oggetto di spartizione. La legge della tribù (quella che esce vincitrice dallo scontro) vale di più e viene prima della legge dello Stato.
Zakia e Mohammad lavoravano in campi confinanti di Bamian, piccolo villaggio poco a nord di Kabul, quando, ancora ragazzini, si sono conosciuti e innamorati. Diventati adulti, però, sono stati costretti a congelare il loro amore in una lunga parentesi scandita da una telefonata alla settimana, attraverso cellulari che hanno tenuto nascosti per quattro sofferti anni di amore clandestino, al riparo dagli occhi indiscreti e minacciosi delle loro rispettive famiglie.
Dal 2012 i due non possono neanche più sentirsi. Zakia ha chiesto ben tre volte alla famiglia di Mohammad di potersi sposare con l’uomo che ama, e tre volte è stata malamente respinta e poi picchiata dal padre e dal fratello maggiore. Il suo cellulare è stato trovato e confiscato. Mohammad non sentirà più quella canzone popolare afghana che aveva messo come suoneria del suo cellulare, a rievocare la storia di Yusuf e Zuleika, tanto simile a quella di lui con la sua Zaika (Zuleika è una donna sposata che seduce Yusuf, il quale viene imprigionato. Zuleika lo aspetterà, per 36 lunghi anni, fino alla sua liberazione).
Da cinque mesi, Zakia vive in un rifugio per donne, isolata dal mondo e lontana come non mai dal suo Mohammad.
Simile sorte è toccata a Mohammad stesso, picchiato anche lui; libero sì, ma con l’angoscia delle reiterate minacce (anche di morte) dei familiari di Zakia. Familiari che affermano di volere non la morte dei due giovani, ma solo il ritorno a casa di Zakia, e che accusano Mohammad di girare per strada armato. Mohammad ha tuttavia affermato di non avere con sé “neanche una limetta per le unghie” e non ha potuto far altro che rivolgersi al dipartimento di Bamian per gli Affari femminili, il cui capo, Fatima Kazimi, ha già in passato segnalato alla polizia con successo numerosi casi di violenze contro donne afghane.
La Kazimi ha sottolineato quanto contraddittorie siano le versioni portate avanti dalla famiglia di Zakia: la prima, che parlava di una promessa già legalmente fatta dalla ragazza a un altro uomo; la seconda (e ultima, fino a oggi), secondo la quale Zakia sarebbe addirittura già sposata a un suo cugino, anche se non ufficialmente a causa di lungaggini burocratiche. Entrambe le versioni sono però prive di prove che ne attestino la veridicità, come affermato dagli stessi funzionari della corte.
L’unica prova, o pseudo tale, cui può appellarsi la famiglia di Zakia, è un documento sottoscritto dalla stessa donna mediante apposizione della propria impronta digitale, impronta che attesterebbe la prima versione della famiglia, e cioè l’esistenza di un precedente impegno formale già sottoscritto da Zakia con un altro uomo.
Davanti ai giudici, Zakia ha però affermato di non aver mai fatto nessuna promessa di matrimonio e negato di avere la benché minima idea di cosa quel documento volesse dire, al momento della sua sottoscrizione. D’altra parte, il presidente della corte, Atola Tomkin, insiste sulla piena validità del documento. Benché appositamente scortata da Fatima Kazimi e dal corpo di polizia, all’uscita della corte, Zakia è stata fisicamente maltrattata dai suoi genitori, che hanno prima tentato di strapparle i vestiti di dosso, e poi hanno indirizzato minacce di morte nei confronti di Mohammad.
Visti i precedenti maltrattamenti subiti dalla famiglia e vista la faziosità dimostrata dalla corte (tanto che Fatima Kazimi è stata sospesa dal suo ufficio, con l’accusa di aver sostenuto la causa di Zakia), la ragazza è perfettamente consapevole che, se la corte, come è probabile, decretasse un suo ritorno a casa, come richiesto dalla sua famiglia, lei rischierebbe la morte.
Zakia ha rivolto ai giudici accuse di “pregiudizi etnici” nei confronti dello sciita Mohammad, accuse alle quali la corte ha risposto ribadendo il carattere neutrale della sua azione di mediazione.
Ma dando uno sguardo alla composizione della corte di Bamin, si nota come sia composta da giudici quasi tutti appartenenti al gruppo etnico-religioso maggioritario in Afghanistan: quello sunnita tagika. E, non a caso, i giudici hanno definito la richiesta di Zakia di sposare lo sciita Mohammad “ingiuriosa” nei confronti della famiglia sunnita d’appartenenza.
In attesa del giudizio della corte locale, Zakia e Mohammad si promettono reciprocamente di togliersi la vita in caso che uno dei due venisse ucciso. Unico scopo: vivere il loro amore, nell’aldilà, se in terra non sarà loro permesso.
