Zhou Yunpeng canta la miseria, l’esclusione, il disagio, i veleni chimici, le carceri killer e il latte alla melamina. È scomodo al regime, ma non lo attacca mai direttamente. Finora è stata questa la sua forza di artista e di uomo cinese. È cieco, ma sente la vita e ne racconta la libertà negata e l’aspetto drammatico che nella Repubblica popolare fa parte della quotidianità.
Il dissenso a Pechino non si può mostrare, viene punito, ma se non è esplicito non può essere fermato. Così Zhou Yunpeng vende milioni di dischi, riempie le piazze per i suoi concerti: è il menestrello del nuovo millennio che denuncia senza puntare il dito contro nessuno. Questo gli permette di salire ancora sul palco e cantare al microfono.
Per le Olimpiadi ha fatto davvero scalpore, ma è rimasto indenne. Era il 2008 e dopo un anno canta ancora, anche dopo aver paragonato i Giochi al potere e al “culo della tigre, guai a toccarlo”.
A 17 anni è partito alla volta della capitale, ha fatto il suo fagotto di ragazzino cieco e ha lasciato il villaggio in cui è cresciuto a Shenyang, nella provincia di Liaoning, al confine con la Corea del Nord. «Allora ho capito che nessuno ci racconta cosa succede e che saperne di più è essenziale. La Cina non è il rassicurante successo economico di un pugno di dirigenti», racconta.
Ha studiato, si è laureato in Lettere facendosi leggere i libri di testo. Ha barattato la sua capacità di fare musica per fare l’università, dava lezioni a chi lo aiutava.
In Occidente lo paragonano a Bob Dylan, a John Lennon e in Italia a Fabrizio De Andrè. Lui ha 39 anni, da quando ne aveva nove ha una malattia che gli ha tolto la vista, ma ha sviluppato altre doti. Prima fra tutte la voce, quella che lo ha portato a esprimere il dissenso.
