ROMA – ”L’industria bancaria italiana non guadagna il giusto e rischia di cambiare natura ed essere fagocitata dall’esterno, con grave nocumento per l’economia nazionale”. Lo ha detto il presidente dell’Abi, Giuseppe Mussari, sottolineando che in termini aggregati per i primi 13 gruppi italiani le perdite 2011 sono state di oltre 26 miliardi.
”Un miscuglio di fattori sta rendendo l’attivita’ bancaria oltremodo difficile: – ha spiegato Mussari nel corso di un’audizione in Commissione Industria del Senato – al macigno della crisi del nostro debito sovrano, che ha portato i livelli degli spread su valori inusitati che alzano i costi del nostro funding, si unisce oggi un contesto macroeconomico che segnala andamenti recessivi ed un contesto regolamentare che aggiunge forti tensioni alimentando una micidiale spirale pro-ciclica”.
”In un tale quadro, tra i peggiori degli ultimi decenni, le nostre banche evidenziano una strutturale riduzione della generazione di redditivita’ (a qualsiasi livello del conto economico). Il rendimento sul capitale proprio investito (il Return On Equity) – ha proseguito – e’ tornato sui livelli della meta’ degli anni 90. Nel 2010 il ROE e’ risultato di poco superiore al 2%, un valore penalizzante sia nel confronto internazionale che intersettoriale. I primi risultati relativi alla chiusura dei bilanci del 2011 dei 13 maggiori gruppi bancari italiani evidenziano un aggravio della situazione: in termini aggregati si registra una perdita netta, considerando l’impatto dell’impairment, superiore ai 26 miliardi di euro. Cio’ in un contesto prospettico che permane, inoltre, particolarmente sfavorevole per il mercato bancario italiano”.
Mussari ha evidenziato quindi che ”l’industria bancaria non guadagna il giusto che dovrebbe e rischia, pertanto, di cambiare natura ed essere fagocitata dall’esterno con grave nocumento per l’economia nazionale. Questo – ha concluso – non e’ un problema solo nostro, coinvolge l’intero Paese e la sua classe dirigente”.