Boom di acquisizioni straniere: la meccanica italiana fa gola all’estero

ROMA – Le aziende italiane della meccanica piacciono agli stranieri. Negli ultimi dieci anni, scrive Chiara Bussi sul Sole 24 Ore, sono 653 le piccole e medie imprese nostrane dove almeno il 10 per cento del capitale è passato sotto controllo estero.

Secondo uno studio della Banca Dati Reprint del Politecnico di Milano per il Sole 24 Ore, a fine 2010 erano 2400 le imprese con una partecipazione estera nel capitale di almeno il 10 per cento, di cui un quarto, appunto, è diventato tale nell’ultimo decennio. In 499 imprese gli stranieri hanno assunto una quota di controllo e solo in 154 casi si sono accontentati di una partecipazione di minoranza.

Il settori più ambito dagli imprenditori stranieri è quello della meccanica, le cui aziende rappresentano quasi un terzo delle società finite in mani straniere. A fare gola sono soprattutto le imprese piccole, con un massimo di 50 dipendenti.

Seguono le società dell’energia elettrica e del gas: 88 di queste sono passate in mani non italiane. Al terzo posto si trova il settore alimentare, con 23 imprese a partecipazione di minoranza estera e 61 di maggioranza.

“Sono numeri piccoli, dice al Sole 24 Ore Marco Mutinelli, docente di gestione delle imprese all’Università di Brescia e responsabile della Banca Dati Reprint, che fugano ogni dubbio di una dominazione estera: la conferma arriva anche dai dati Ocse sull’occupazione nelle imprese manifatturiere nelle filiali di multinazionali straniere, dove l’Italia è al penultimo posto prima della Turchia. Viviamo in un’economia globale e se vogliamo che le nostre imprese crescano all’estero dobbiamo anche accettare di aprirci agli investimenti. Altro aspetto è invece la questione della reciprocità nel grado di apertura agli investimenti esteri, che va però risolta a livello politico”.

Se si considerano le attività di fusione e acquisizione a partire dal 1988, secondo i dati di Kpmg gli investitori stranieri si sono aggiudicati 2697 società. Ma l’accelerazione maggiore è avvenuta lo scorso anno, quando un terzo delle operazioni di fusione e acquisizione è stato compiuto da società internazionali.

L’interesse degli stranieri per le aziende italiane non è un fenomeno nuovo, puntualizza Renato Ugo, presidente dell’Airi (Associazione per la Ricerca Industriale). «La ricerca – spiega – ha valore se viene trasformata in sviluppo e se viene globalizzata. Sono numerosi i casi positivi dell’impatto del capitale estero, come l’acquisizione di Nuovo Pignone da parte di General Electric o di Marconi da parte di Ericsson, che hanno dato impulso alla ricerca in Italia. La nostra preoccupazione è però che avvenga un “sacco di Roma” e questo non possiamo permetterlo: l’importante è che l’attività di ricerca resti nel nostro Paese. Le aziende devono però trovare qui un sistema più favorevole, una continuità di incentivi, come quello della detassazione per le attività di ricerca, e un quadro legislativo chiaro£

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Maria Elena Perrero