ROMA – La Rai e’ paralizzata da spinte e controspinte politiche”, rischiando il ”cortocircuito”, ecco perche’ ne andrebbe modificata la governance, ispirandosi al modello della britannica Bbc. Lo afferma il presidente dell’Agcom Corrado Calabro’, che in un’intervista a Repubblica rilasciata a Giovanni Valentini propone una riforma per separare la missione del servizio pubblico dalla gestione dell’azienda, con un amministratore delegato con pieni poteri e la trasformazione del canone in un’imposta legata alla casa o inserita nella dichiarazione dei redditi, per combattere l’evasione.
”D’altra parte – spiega – i principi sanciti dalla Corte costituzionale e dalla Cassazione portano in definitiva a questo: separazione in progress del servizio pubblico dalla rincorsa dell’audience, efficienza e snellezza di gestione nell’attivita’ di broadcasting, garanzie per lo svolgimento del servizio pubblico, capitalizzazione e canone”.
”Per sottrarre definitivamente la Rai al controllo politico – aggiunge -, si potrebbe considerare l’ipotesi di far entrare nella Societa’ un azionista pubblico di riferimento che non s’identifichi con il governo: per esempio, la Cassa Depositi e Prestiti che, in base a una legge del 2011, potrebbe rilevare anche la maggioranza delle azioni detenute dal Tesoro”.
Quello dell’evasione del canone e’ un problema per la Rai, con ”un mancato introito per l’azienda di oltre 500 milioni di euro all’anno”: ”se percepisse effettivamente tutti gli abbonamenti che non riesce a riscuotere – afferma Calabro’ -, la Rai quanto a risorse diventerebbe il primo operatore televisivo, mentre al momento e’ il terzo dopo Mediaset e Sky”. Di qui l’idea di abbinare il canone all’Imu, ”alla stregua di una pertinenza della casa”, oppure ricorrendo alla fiscalita’ generale, ”inserendo il canone Rai nella dichiarazione dei redditi”.