ROMA – La notizia, arrivata quando in Italia era mezzanotte, è quella dell’ennesimo declassamento: rating del nostro Paese abbassato di un gradino, da A2 ad A3 per poco gentile concessione dell’agenzia Moody’s. Stessa sorte, del resto, toccata anche a Spagna e Portogallo. E stessa sorte toccata meno di un mese fa a mezza eurozona, con allora un altro mittente, Standard & Poor’s.
Era il 13 gennaio: l’Italia si trovò giù di due gradini, finendo in “serie B” con il rating BBB. Ma ancora più dura è stata per la Francia che, insieme all’Austria, ha dovuto incassare l’onta della perdita della tripla A. Prima ancora era stata Moody’s a fare i tagli.
Perché le agenzie di rating sono tre grandi sorelle un po’ atipiche: tutte e tre americane, tutte e tre private, tutte e tre pronte ad esprimere giudizi serissimi e severissimi quando si tratta di analizzare i conti e le prospettive (quelle che chiamano “outlook”) degli stati in crisi. Giudizi che, incidentalmente, si traducono in successivi crolli in borsa dei Paesi tagliati. Non è successo mercoledì con l’Italia declassata da Moody’s: eccezione dovuta, soprattutto, alla buona asta dei titoli di Stato. Di norma, però, non va così. E le agenzie di rating lo sanno.
Il punto, però, è un altro? Moody’s, S&P e Fitch sono oracoli contemporanei? E i loro giudizi, così circostanziati, sono davvero così infallibili? A vedere nella storia delle valutazioni qualche dubbio c’è. Almeno quando si parla non di stati ma di aziende private.
E’ il 18 luglio 2008: la crisi è agli inizi e ancora non è dato sapere quanto dura e profonda sarà. Lehman Brothers è ancora una banca d’affari di punta. E per le tre sorelle del rating è solida, solidissima. S&P le dà come rating A (più dell’Italia), Moody’s A2 (dalla mezzanotte più dell’Italia) e Fitch A+ (ancora una volta più dell’Italia). Due mesi dopo Lehman Brothers chiude per bancarotta: è lo scoppio più profondo della crisi. Solo per dare un’idea, quel giorno, Wall Street chiude in ribasso di 500 punti. Secondo peggior risultato di sempre dopo l’undici settembre.
Un errore di valutazione? Forse, ma non l’unico. Fino al 22 agosto 2008, per esempio, la public company statunitense Freddie Mac ha un rating solidissimo, A1. Quel giorno in tv parla Warren Buffet e dice qualcosa che fa “vagamente” cambiare idea a Moody’s che opera un “super downgrade” fino a Baa3. Sta di fatto che a novembre, per salvare Freddie Mac serve un massiccio prestito del governo Usa. Altro abbaglio.
Altro passo indietro, fino al 2001. La multinazionale Usa (e notare Usa) dell’Energia Enron, per S&P il 3 novembre ha un rating di BBB, lo stesso dell’Italia oggi. Trentasei giorni dopo, il 9 dicembre fallisce. Altro abbaglio.
Nel 2007, invece, la banca Bearn Sterns (banca Usa, ovviamente) subisce un downgrade: il 15 novembre S&P le abbassa il rating da un ottimo A+ ad un comunque sicurissimo A. Quattro mesi dopo, a marzo, Bearn Sterns sfiora la bancarotta e viene salvata dal governo Usa.
Altro istituto altra topica: Fannie Mae, a febbraio 2008, per Moody’s ha addirittura il rating top, la tripla A. Con outlook stabile. Insomma nulla si muove. Almeno non dovrebbe. Invece a settembre il governo deve intervenire con il soccorso finanziario più oneroso di sempre, miliardi di dollari per salvare la baracca immobiliare.
Anche le agenzie di rating, insomma, sbagliano. Il punto è il come: sbagliano per eccessiva fiducia nei confronti di banche e public company Usa. Viene da sperare che sbaglino per eccessiva severità rispetto agli stati della vecchia Europa.
