MILANO – Crescono le imprese straniere in Italia, ma anche questa è l’espressione della crisi economica in cui si dibatte il nostro Paese. Sono oltre 230 mila gli imprenditori immigrati secondo il rapporto elaborato dal centro studi della Cna, la Confederazione nazionale dell’artigianato, che ha rilevato come le aziende guidate da non italiani sono notevolmente aumentate (del 40% tra titolari, soci ed amministratori) ma che soprattutto si è visto un incremento del 9,2% di stranieri occupati per oltre 2 milioni di lavoratori.
Un’imprenditoria fatta di immigrati si fa avanti: nel quinquennio 2005-2010 è quasi raddoppiato con una crescita di circa 20 mila persone l’anno il numero di operatori stranieri secondo quanto rileva la ricerca: “L’imprenditoria straniera in Italia nel 2010 in cifre”.
Primo effetto di questo boom, la maggior incidenza degli immigrati nel sistema imprenditoriale italiano, che oggi si attesta all’8,5% (5,7% nel 2005). Il forte dinamismo straniero non sarebbe, secondo l’analisi della Confederazione artigiana, imputabile a una difficoltà di accesso degli immigrati al mercato del lavoro nazionale come dipendenti: nel 2010 i lavoratori non italiani occupati nel nostro Paese erano oltre 2 milioni, pari al 9,2% dell’occupazione complessiva.
Una percentuale inferiore, tra i grandi stati europei, solo alla Spagna (13,9%), e cresciuta nel periodo 2006-2010 del 12,3% (contro +1,9% Germania, +3,2% Francia, +4,8% Spagna). Per Sergio Silvestrini, segretario generale Cna, “l’imprenditoria immigrata rappresenta una parte potente e dinamica che va riconosciuta e valorizzata nel contesto economico del Paese”.
Ma soprattutto la crisi del 2008-2009 non ha avuto riflessi sull’occupazione degli immigrati che è cresciuta in Italia del +16,4% nel 2008 e del +8,5% nel 2009. Un trend però, secondo la ricerca, che potrebbe nascondere comportamenti discriminatori da parte dei datori di lavoro: “in genere gli immigrati si posizionano sui segmenti più fragili e meno protetti del mercato del lavoro”. È quindi possibile che essi, disponendo di minori protezioni, abbiano una maggiore propensione ad accettare qualsiasi offerta di lavoro anche in periodi di crisi.
Come per altro lasciano pensare i settori di maggiore successo. Edilizia, commercio e riparazioni sono i primi tre comparti nei quali operano le imprese straniere: il 37,4% nelle costruzioni, il 34,8% nel commercio e nelle riparazioni, il 9,9% nel manifatturiero, il 4,3% (soprattutto tessile, abbigliamento, articoli in pelle) nei servizi. Per quanto riguarda la provenienza territoriale, sono per lo più marocchini, romeni, cinesi e albanesi gli imprenditori stranieri che operano nel nostro Paese.
Il Paese più rilevante per numero di imprenditori è il Marocco (16,4%), seguito da Romania (15,4%), Cina (14,7%) e Albania (10,4%). È ‘Italia centro-settentrionale, in particolare la Lombardia, l’area in cui si concentra la quasi totalità dell’imprenditoria straniera: circa l’87% delle aziende i cui titolari hanno una cittadinanza estera – evidenzia lo studio – ha sede nel Centro-Nord, con un picco del 23% per la regione di Milano. Sei le regioni dove si concentra il 78,2% delle aziende straniere: Emilia Romagna, Veneto, Lombardia, Piemonte, Toscana, Lazio. Mentre nelle restanti 14 regioni il peso delle imprese di immigrati è residuale, tra il 3 e lo 0,5%.
Un quadro che, secondo lo studio, potrebbe vivacizzarsi nei prossimi anni: tra il 2008 e il 2009 infatti gli aumenti più consistenti di stranieri si sono registrati in regioni fino a quel momento ‘residuali’ (16%), come Umbria (70,4%), Puglia (+26,3%), Molise e Liguria (+22,1%).
Rilevante anche la presenza delle donne-imprenditrici: “Il 19% delle imprese etniche è diretto da donne. – ha specificato Fosco Corradini, responsabile per l’integrazione della Cna – Circa il 50%, invece, sono imprese artigiane (nel 2002 erano l’8% del totale). Di queste la Cna ne associa oltre 12.000 (il 4% degli associati)”.