
ANCONA – Soldi concessi con generosità (a centinaia di milioni a volta) a gruppi industriali locali, clienti che acquistavano crediti già iscritti a sofferenza, finanziamenti erogati senza istruttorie né men che meno garanzie, scarsa o assente attenzione alla concentrazione del rischio: così in otto anni la Banca delle Marche ha fatto quel buco da 500 milioni che l’ha portata al crack, o quasi. Anni di “sperperi e altre vicende di mala gestio”, scrive Stefano Elli sul Sole 24 Ore, avvenuti in particolare negli anni della direzione di Massimo Bianconi, banchiere di Norcia.
E a poco o nulla sono servite le verifiche della Banca d’Italia, che nel 2010 e nel 2011 ha avviato ispezioni alla capogruppo e al ramo del leasing Medioleasing. Da quella ispezione derivò una severa lettera indirizzata al management in cui si parlava di “carenze diffuse”, ” criticità crescenti” ed “esposizione rilevante”, spiega Stefano Elli sul Sole 24 Ore. Solo che quella lettera non è mai stata diffusa insieme al prospetto informativo dell’aumento di capitale da 180 milioni pretesa dalla Consob.
Nel 2012 si insedia il nuovo Consiglio di amministrazione, e i due consiglieri Francesco Cesarini e Giuseppe Grassano, già in coppia alla fine degli anni ’90 alla guida della Banca popolare di Milano, si astengono dall’approvare la semestrale da 40 milioni di risultato netto e rettifiche di valore sui crediti per settanta milioni. Alla fine il bilancio di quell’anno è rovinoso, riferisce Elli sul Sole 24 Ore: perdite per 500 milioni e rettifiche di valore per 1,2 miliardi, raddoppiate nel giro di qualche mese.
Quel che successe dopo è quasi cronaca. Nel novembre del 2012 c’è una nuova ispezione della Banca d’Italia. Un’ispezione più lunga delle precedenti, che dura sino al luglio del 2013 e termina con il commissariamento della banca. In seguito interviene anche la magistratura, che iscrive nel registro degli indagati quasi tutti gli ex amministratori manager e sindaci della banca.
In attesa degli sviluppi dell’inchiesta della Procura di Ancona, che è ancora in corso, così come quella della Guardia di Finanza, Banca delle Marche è uno dei quattro istituti di credito “messi in sicurezza” con il decreto “salva banche” del governo: un intervento, sottolinea il Sole 24 Ore, simile ad una quarantena finanziaria che costerà cara ai sottoscrittori marchigiani delle quattro obbligazioni subordinate del valore di 205 milioni complessivi emesse dalla banca, oltre che ai suoi azionisti.
