
CINA, PECHINO – Dopo il crollo di venerdì, seguito all’ennesimo dato deludente dell’indice pmi cinese, la borsa di Shanghai si è appiattita a 3.507 punti, lo stesso livello a cui era piombata all’inizio di luglio, al termine di una ‘rotta’ che aveva spinto il listino a cedere il 32% dai massimi di inizio giugno.
Con l’indice prossimo a quota 3.500 il governo di Pechino dispiegò un poderoso armamentario di misure di sostegno – dal divieto di vendite per manager e grandi soci al blocco delle ipo, dall’aumento dei collaterali per finanziare a debito il trading alla costituzione di un fondo da 19 miliardi di dollari per acquistare azioni.
Le misure diedero fiato a un rimbalzo durato qualche settimana ma ormai evaporato del tutto.
Ora il mercato aspetta di vedere se il governo, con Shanghai nuovamente prossimo alla ‘linea rossa’ degli oltre 3.500 punti, muoverà ancora a difesa della borsa e degli oltre 90 milioni di cinesi che vi hanno investito i propri risparmi. In ogni caso tra gli analisti prevale lo scetticismo.
“L’intervento del governo non cambierà la correzione del mercato nel lungo periodo, il mercato non si riprenderà fino a quando la bolla non si sarà completamente sgonfiata”, ha dichiarato a Bloomberg Ken Chen, analista di Kgi Securities a Hong Kong.
Al crollo della borsa, a cui hanno contribuito anche i dubbi sulla tenuta dell’economia del colosso asiatico, ha contribuito anche la fuga di capitali esteri: dal 3 luglio gli investitori internazionali hanno venduto, attraverso il collegamento con la borsa di Hong Kong, azioni di Shanghai per un controvalore di oltre 7 miliardi di dollari.
