ROMA – Le Coop usano i prestiti dei soci per comportarsi come una banca, ovvero facendo operazioni finanziarie che dovrebbero essere lontane anni luce dalla ragione sociale di una cooperativa.
Giorgio Meletti, in un’inchiesta che il Fatto Quotidiano ha pubblicato il 9 ottobre, ha usato un termine più pesante, “Banca clandestina”:
“Potremmo parlare di banca clandestina, se non fosse tutto alla luce del sole. Basta entrare in un supermercato Coop e diventare socio (che è come fare la tessera sconto in qualsiasi catena) per depositare i propri risparmi. Le nove grandi cooperative del consumo raccolgono ben 10,4 miliardi di euro. Sarebbe vietato: non è che un giorno uno si sveglia di buon umore, apre una banca e comincia a farsi affidare i risparmi dei passanti. La Coop infatti lo chiama “prestito soci”, senza però spiegare al popolo che il prestito soci è un capitale messo a rischio nell’impresa che, sia essa una coop o una società di capitali, lo usa per la sua attività, come aprire un supermercato. Infatti accadono sotto gli occhi di tutti, comprese le autorità di vigilanza, due cose strane. La prima è che le Coop utilizzano i risparmi dei loro soci non per mettere scaffali nuovi, ma per dedicarsi alla speculazione finanziaria. Esempio: l’Unicoop Firenze, la maggiore per fatturato (ben 3 miliardi di euro), ha in bilancio immobilizzazioni tecniche (ciò che serve per funzionare) per 2 miliardi e debiti verso i soci per 2,3 miliardi. Ma il debito complessivo è di 3 miliardi. Che ci fa la Coop con tutti quei soldi? Unicoop Firenze ha in bilancio 644 milioni di immobilizzazioni finanziarie: una vera merchant bank.
[…] La seconda stranezza è che queste banche d’affari a marchio Coop non sono sottoposte ad alcuna vigilanza. La Banca d’Italia controlla le banche propriamente dette, ma le Coop non se le fila nessuno, punto e basta. Negli ultimi anni, complice la crisi e nella disattenzione generale, si sono messe nei guai. L’anno scorso le “nove sorelle” (oltre 12 miliardi di fatturato, con 50 mila dipendenti e sette milioni di soci in tutto) hanno chiuso i loro bilanci in rosso per complessivi 135 milioni di euro, e proprio per colpa della finanza. Ma prima di entrare nei dettagli di un disastro annunciato è bene spiegare il peculiare sistema di potere che consente ai boss delle coop di non rendere conto a nessuno. Il mondo delle cooperative cosiddette rosse ha seguito nel Dopoguerra uno schema sensato: le aziende sono cresciute sotto l’ombrello del Pci, che le governava attraverso la Legacoop, nominalmente un sindacato d’impresa, come la Confindustria, di fatto una sorta di holding attraverso la quale i vertici di Botteghe Oscure sceglievano strategie e manager. Dopo la caduta del Muro di Berlino e la fine del Pci decisa da Achille Occhetto nel 1989, il potere del partito si è dissolto e i capi delle cooperative sono diventati padroni assoluti, proprio come gli oligarchi russi che si sono appropriati delle aziende alla fine del regime sovietico. L’uomo simbolo di questo curioso fenomeno italiano è Turiddo Campaini, presidente di Unicoop Firenze dal 1973, cioè da 40 anni. Non c’è alcun meccanismo di controllo e nessuno lo può mandare a casa. I soci sono un milione e 200 mila, ma di essi solo 1288 (uno su mille, verosimilmente amici, dipendenti e sottoposti di Campaini) si sono presentati alle 39 assemblee decentrate che hanno approvato il bilancio. Tutti i colleghi di Campaini sono uomini di potere a 24 carati, che si scelgono in autonomia le amicizie politiche di riferimento. Il presidente della Coop Centro Italia, Giorgio Raggi, ex sindaco di Foligno, ha investito i soldi della cooperativa nella Edib, editrice del Corriere dell’Umbria nella fase in cui il quotidiano era nella sfera di Denis Verdini, e ha perso tutto. Recentemente si è fatto intercettare con la sua sodale di sempre, Maria Rita Lorenzetti, oggi agli arresti domiciliari, mentre si rammaricava di non essere potuto intervenire in tempo per bloccare un articolo de La Nazione sgradito alla zarina umbra. Ma lei cerca lui perché la Coop è la seconda azienda dell’Umbria dopo la Thyssen, e gli chiede di assumere la parente del consulente ministeriale che con la zarina sta curando gli interessi della Coopsette nei lavori Tav di Firenze. […continua a leggere qui]
All’inchiesta di Meletti ha fatto seguito il 13 ottobre la risposta di Enrico Migliavacca, vicepresidente di Ancc-Coop. Le Coop hanno replicato così, difendendo il “prestito soci” col quale raccolgono 10,5 miliardi:
“Nel vostro articolo del 9 ottobre si parla del servizio di prestito sociale come di “una banca clandestina”. Coop non è una banca né agisce in modo clandestino. Con la forma del prestito sociale, le Coop ottengono dai propri soci (non clienti, ma soci proprietari) un importante finanziamento per lo svolgimento delle proprie attività. E il prestito è previsto dal legislatore per far fronte allo svantaggio nel reperimento dei finanziamenti che la forma cooperativa ha rispetto alle società di capitali. È scorretto affermare che non sia soggetto a vincoli legislativi, regolamentari e a una stretta attività di vigilanza. Il prestito sociale è disciplinato da delibere del Comitato Interministeriale per il Credito e il Risparmio, da circolari della Banca d’Italia. Il suo valore non può eccedere il triplo o, in casi eccezionali, il quintuplo del patrimonio della cooperativa. Inoltre non si sottrae alle norme sulla tracciabilità del contante. A queste si sommano specifiche norme di autodisciplina predisposte dall’Associazione Nazionale (Ancc-Coop) che limitano gli immobilizzi per garantire il rimborso immediato per i soci che lo richiedano.
A fine 2012 il prestito sociale ammontava a 10,5 miliardi di euro. A fronte di tale debito, però, le cooperative detengono attività liquide o prontamente liquidabili per un valore reale di 9,0 miliardi pari a oltre l’85% dei debiti verso i soci. Tali attività sono pressoché totalmente riferibili a depositi bancari, titoli a reddito fisso e altri crediti di pronta e certa liquidabilità, con investimenti azionari inferiori all’1% del totale. Il residuo è garantito da un patrimonio netto di 6,1 miliardi di euro investiti soprattutto nelle attività operative. L’aggregato delle 9 grandi coop ha un patrimonio immobiliare iscritto in bilancio per 7,7 miliardi di euro e giacenze di magazzino per quasi un ulteriore miliardo. È falso affermare che siano “a rischio 10 miliardi di risparmi” delle famiglie. La partecipazione storica di alcune Coop a gruppi assicurativi (Unipol) e bancari (MPS) è frutto di scelte strategiche condivise con la base sociale e gli organi delle imprese il cui obiettivo non è mai stato la speculazione finanziaria. La governance delle Coop non dipende da nessun altro se non dai suoi soci: oltre 130.000 partecipano alle assemblee di bilancio. Dispiace l’assoluta ignoranza del funzionamento delle imprese cooperative. “Diventare socio è come fare la tessera sconto in un qualsiasi supermercato”. Nessun altra impresa distributiva dà ai propri consumatori titoli di proprietà dell’azienda o la facoltà di votare nelle assemblee.
Enrico Migliavacca, Vice Presidente Vicario Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori (Ancc-Coop)”
Contro-replica di Giorgio Meletti:
“Peccato che dopo aver rivendicato la sottoposizione a “una stretta attività di vigilanza” il vicepresidente delle Coop di consumo si dimentichi di dirci chi è che vigila. Forse la Lega delle Cooperative? Sicuramente non la Banca d’Italia che, per fortuna della Coop, non si è finora accorta di niente. Delle due una. O i soci della Coop stanno solo finanziando l’attività dell’azienda, e allora il loro risparmio è per definizione immobilizzato e per definizione a rischio, indipendentemente dalla solidità delle Coop e dalla serietà di chi le gestisce. (Non sono Bot, non sono libretti postali. È è stato spiegato ai soci Coop che hanno versato i loro 10,5 miliardi di risparmi?). Oppure – se non c’è rischio, ci si vanta di offrire ai soci un servizio di “gestione della liquidità” ed è garantito il “rimborso immediato” perché si investe non in supermercati o capannoni ma in finanza, come Migliavacca rivendica – allora non è più prestito alla società, ma raccolta e gestione del risparmio. Un’attività che presuppone l’autorizzazione e la vigilanza della Banca d’Italia. É stata avviata la pratica? Quanto ai soldi persi con Unipol e Mps (le scelte strategiche), la condivisione con la base sociale appare debole. Se 130 mila persone hanno partecipato alle assemblee di bilancio, altri 7 milioni di soci non sanno neppure dove andarsi a leggere i bilanci approvati”.