NEW YORK – Gli 11 miliardi di dollari persi da Facebook nei primi tre giorni di quotazione in Borsa potrebbero costare al gruppo di Mark Zuckerberg molto di più: gli investitori americani hanno infatti avviato un’azione collettiva contro la società.
Si sentono troppo danneggiati da quel 20% di valore perso dalle azioni Facebook nel giro di tre giorni. Del resto che l’ipo (la quotazione iniziale in Borsa) da 38 dollari ad azione fosse eccessiva l’avevano notato diversi analisti. Adesso però sono diversi gli studi legali che hanno depositato class action in tribunale.
Ma gli azionisti non si fermano qui: hanno deciso anche di fare causa anche a Morgan Stanley, Goldman Sachs, JPMorgan, Bank of America e Barclays, i colossi bancari che si sono occupati del collocamento di Facebook sul Nasdaq (la Borsa dei titoli tecnologici americana). Le accusano di averli ingannati nell’acquisto dei titoli del social network, e lamentano la perdita di 2,5 miliardi di dollari dall’ipo di venerdì.
Secondo il Wall Street Journal Morgan Stanley e altre banche che hanno curato il collocamento di Facebook hanno realizzato un profitto di 100 milioni di dollari con il loro intervento per stabilizzare il prezzo del social network. Morgan Stanley avrebbe realizzato la quota maggiore di profitti.
Su questi colossi del credito si erano già puntati gli occhi della Sec (Security and Exchange Commission, la Consob americana). Secondo il Wall Street Journal, le due banche avrebbero dato agli analisti degli investitori istituzionali informazioni diverse sull’effettivo stato di salute di Facebook.
E oggi, 23 maggio, anche la commissione bancaria del Senato ha deciso di indagare su Facebook per cercare di capire i problemi della sua ipo, compresi i problemi tecnici che venerdì 18 hanno ritardato l’avvio degli scambi.
