ROMA – Le agenzie di rating hanno “bocciato” lo Stato italiano e alcune delle sue principali aziende: Enel è tra le poche che hanno visto il proprio outlook ritoccato in positivo.
Verrebbe da dire: c’era una volta il risk free rate. Il rendimento offerto dai titoli privi di rischio, quelli cioè emessi dagli stati sovrani, che gli investitori potevano acquistare senza preoccuparsi troppo della loro rimborsabilità. Poi, nell’arco di tempo che lega l’oggi al crollo del muro di Wall Street del 2008, tutto è stato rivoluzionato ed adesso sembra che, praticamente nessuno, creda più che un tale tasso esista davvero. Che non si applichi più neppure per valutare i titoli ancora tripla A degli emittenti sovrani.
Ecco così spiegata la volatilità che riguarda le quotazioni delle banche e il ricorso periodico agli stress test. Ed ecco anche spiegato perché anche i rating, cioè i giudizi sulla rischiosità di un emittente che vengono assegnati da poche agenzie specializzate a livello mondiale, si sono fatti altrettanto volatili. Cambiano con rapidità e oggi sono molto diversi nel loro valore intrinseco rispetto al passato, perché sono meno seguiti dagli investitori che li utilizzano come uno dei tanti parametri di valutazione sulla base dei quali formano le proprie decisioni di acquisto o di vendita.
Che tutto si sia fatto almeno in parte originale, lo si intuisce anche analizzando le più recenti decisioni sul rating della Repubblica Italiana di due delle tre principali agenzie internazionali: Moody’s e Standard and Poor’s. Nel giro di un paio di settimane entrambe hanno rivisto il loro giudizio sull’Italia, coinvolgendo non soltanto i titoli di Stato ma anche alcune banche ed imprese partecipate dal Ministero dell’Economia. Ma le condotte delle due agenzie sono state tutt’altro che omogenee.
Lo scorso 20 settembre, a sorpresa, Standard & Poor’s ha ridotto di un punto il merito di credito del debito sovrano italiano portandolo da da A+ ad A. Un downgrade spiegato con la scarsa propensione alla crescita dell’economia e con le incertezze del quadro politico. La stessa agenzia ha anche ridotto il giudizio per sette banche italiane, fra cui Intesa Sanpaolo, Mediobanca e Bnl, per le Poste Italiane e per Terna.
Standard & Poor’s ha, invece, confermato il rating di Enel, sia quello di lungo termine ad A- che il rating a breve termine ad A-2 ed ha modificato il giudizio sul profilo di credito “stand alone” di Enel da bbb+ ad a-, prevedendo che il profilo di rischio finanziario della Società e del Gruppo Enel sia destinato a migliorare nel corso del 2011 e nel medio termine.
Il fatto di essere partecipata al 31% dal Ministero dell’Economia non ha fatto scattare l’automatico downgrade per il gruppo energetico, un fatto che certifica come, la strategia di diversificazione internazionale del portafoglio di investimenti e dei ricavi del gruppo energetico, rappresenti oggi una peculiare forma di hedging, cioè di copertura, rispetto al rischio del debito sovrano italiano. Il rischio specifico di Enel è ormai soltanto in parte riconducibile a quello del mercato nazionale e a quello del suo principale azionista.
Di questo aspetto avrebbe dovuto tener conto anche Moody’s quando lo scorso 4 ottobre ha comunicato di aver declassato il debito sovrano italiano al livello A2 dal precedente Aa2 con outlook negativo. L’agenzia ha invece optato per un generalizzato downgrading del sistema Italia. Ridotto il giudizio di Unicredit, Intesa, Finmeccanica, Poste Italiane, Terna, Eni ed Enel e quello di 30 enti locali italiani. L’agenzia ha abbassato il voto delle province autonome di Trento e Bolzano,della Cassa del Trentino e della Lombardia e declassato al livello A2, lo stesso rating assegnato all’Italia, le regioni Basilicata, Liguria, Marche, Umbria, Toscana, Veneto, le province di Firenze, Milano e Torino, le città di Milano, Venezia, Siena e anche la società Finlombarda.
Le regioni Piemonte, Puglia, Sardegna e Sicilia sono state declassate ad A3; l’Abruzzo e il Molise a Baa1; il Lazio, la Calabria e la Campania a Baa2.
Il modo di operare delle poche agenzie di rating rimane ancora relativamente casuale: alcune si concentrano su pochi fatti ed agiscono in continuità con i metodi del passato, mentre altre tengono in considerazione la effettiva correlazione con l’economia italiana dell’intero bilancio. Certo è che le società più esposte come business all’andamento della globalizzazione saranno anche quelle che, nel prossimo futuro, subiranno meno gli effetti del rating del debito sovrano italiano come ha già iniziato a certificare Standard and Poor’s nei suoi ultimi giudizi.