ROMA – ''La Germania ha ottenuto buoni risultati. Ha evitato i licenziamenti e ha consentito agli imprenditori di non perdere maestranze qualificate. E anche lo Stato ci ha guadagnato, risparmiando sui sussidi di disoccupazione''. Cosi', in un'intervista al Mattino, Giovanni Pollice, italiano d'origine ed esponente del terzo sindacato in Germania, descrive il modello del lavoro tedesco.
Per quanto riguarda i licenziamenti, spiega, ''un lavoratore puo' essere licenziato o perche' non rende, o se ha commesso dei reati. Oppure, infine, per motivi economici dovuti a crisi. Spetta ai consigli aziendali, previsti per legge, in cui siedono i rappresentanti eletti da tutti i lavoratori, esprimere un parere obbligatorio sul provvedimento''.
Il datore di lavoro ''puo' fare una proposta di indennizzo al lavoratore. E, dato che in Germania non c'e' il Tfr, l'offerta puo' risultare conveniente. Ma se non si trova l'accordo l'addetto fa ricorso''.
Per superare la crisi, aggiunge Pollice, i lavoratori hanno fatto sacrifici, acconsentendo ''anche a sopportare stipendi che non coprivano interamente l'erosione del potere d'acquisto dell'inflazione'', al pari dello Stato, che ''ha fatto la sua parte allungando la durata massima prevista per la cassa integrazione che e' passata da 6 a 12-18 mesi''. Alcune imprese inoltre, ''una volta superata la crisi, hanno distribuito gli utili realizzati ai lavoratori''.