MILANO – Ancora deciso calo per il premio di rendimento pagato dai Btp decennali sul bund tedesco: lo Spread è sceso sotto quota 400 punti, a 375 centesimi. Nonostante il forte rialzo dei tassi nell’asta dei Bot, la situazione sul fronte del differenziale tra il rendimento dei Btp decennali rispetto ai Bund tedeschi, sembra dunque migliorata. Ma l’impressione è quella di guardare ad una palla di cristallo che non ammette previsioni. Secondo Angelo Drusiani, di Albertini Syz, a livello europeo “i mercati non sono ancora convinti nè delle manovre nè della loro efficacia”. E il rischio è di ballare ancora a lungo.
Il differenziale di rendimento tra i titoli di Stato della periferia dell’Eurozona (Portogallo, Spagna, Italia, Grecia, Irlanda) e il Bund tedesco, considerato il titolo più affidabile dell’area, si sta muovendo dallo scorso luglio, ovvero da quando si è acuita la crisi dei debiti sovrani, con una volatilità senza precedenti. Allora c’è da chiedersi: come si spiega l’altalena dello spread in questi ultimi mesi e soprattutto tornerà prima o poi la calma? Per capirlo bisognerebbe analizzare tutti i fattori di rischio che stanno agendo da leva sui movimenti bruschi degli spread: dalla Spagna rovente, alla speculazione, dalle riforme strutturali, agli irrisolti problemi dell’unione politica e monetaria europea.
Partiamo dalla Spagna. In cinque mesi il nuovo governo di Mariano Rajoy ha battuto tre volte sul tasto austerity, varando tre dure manovre da complessivi 40 miliardi. Le misure non trasmettono certo serenità ai mercati, anzi. la stretta di bilancio avrebbe così tanto ridotto le prospettive di crescita da mettere a rischio anche le entrate fiscali, finendo per mordersi la coda.In molti, come ammesso pubblicamente in un report di Citigroup, ritengono che la Spagna sarà costretta – come hanno già fatto Grecia, Portogallo e Irlanda – a chiedere una qualche forma di sostegno da parte della troika (Ue-Fmi-Bce).
E poi ci sono i mercati e la speculazione allo scoperto. Il governatore della Bce Mario Draghi, nell’ultimo discorso al suo board ha detto che “i mercati chiedono le riforme”. Ma se lo spread della Spagna è schizzato a livelli record nello stesso giorno in cui il governo ha varato le sue misure di austerity, i conti non tornano. E la motivazione sta nel fatto che nei mercati circola qualsiasi cosa, compresa la speculazione, le vendite allo scoperto degli hedge fund che puntano sul ribasso di un titolo. C’è poi anche il mercato non regolamentato dei Cds (credit default swap), una sorta di assicurazioni che coprono dal rischio fallimento di un titolo sottostante. E quelli della Spagna ieri si sono nuovamente impennati.
Angelo Drusiani, responsabile investimenti di Albertini Syz, spiega al Sole24Ore: “È stato sufficiente che il governo spagnolo non rispettasse il rapporto deficit /Pil o che in Italia la riforma del lavoro non piacesse alle parti sociali, perché, rapidamente, il differenziale di rendimento tra i titoli emessi dai Paesi meno virtuosi d’area euro e gli analoghi tedeschi riprendesse a salire”.
Soprattutto, si chiede Drusiani, “se davvero siano i debiti pubblici sotto la lente d’ingrandimento o, come già s’era ipotizzato nello scorso autunno, l’impianto complessivo della moneta unica europea”. E aggiunge: “Meraviglia che, ancora oggi, la Banca centrale europea non possa stampare moneta allo scopo di “difendere” la finanza locale, esattamente come accade nei due grandi Paesi anglosassoni Usa e Regno Unito o in Giappone”.
Insomma, secondo Drusiani, “l’obiettivo di breve termine di chi non ha fiducia nell’area monetaria europea è palese: guadagnare sulla caduta dei prezzi”. Lo è meno, se si guarda più a lungo termine: è l’euro ad essere considerato un esperimento ancora non riuscito o sono i debiti dei Paesi meno virtuosi a dovere tirare le somme e a costringere i governi a manovre ancora più restrittive? “In quest’ottica – continua Drusiani – è assai complesso trovare una risposta univoca, mentre, nell’immediato, a fronte dell’eccesso di negatività che ha caratterizzato la seduta del 10 aprile scorso, è evidente che un aiuto da parte della Bce e una strategia di ricopertura da parte di chi ha già messo a segno interessanti profitti consenta ai mercati di respirare. La malattia, però, è abbastanza grave e non la si cura in poco tempo: aspettiamoci altre sedute molto difficili, altri momenti negativi. L’uscita dalla crisi finanziaria, nata a febbraio 2007, non è ancora all’orizzonte: servirà una strategia di carattere mondiale a “sistemarla”. Forse, all’indomani delle elezioni presidenziali negli Usa un maggiore decisionismo mondiale potrebbe finalmente caratterizzare le scelte dei mercati finanziari: investitori, banche d’affari e, senza potere alcuno, i risparmiatori tradizionali”.
