Casa Camilleri a “Vigata” verrà restaurata: le immagini di come sarà

PORTO EMPEDOCLE (AGRIGENTO) – Il Comune di Porto Empedocle salverà la casa in cui visse da bambino Andrea Camilleri. La casa, costruita nel Settecento ed oggi ridotta a un rudere, diventerà sede di una fondazione intitolata allo scrittore.

Camilleri nei suoi libri, chiama Porto Empedocle “Vigàta”: qui, sorge la malandata residenza a cinque minuti dalla Valle dei Templi, frequentata anche da Pirandello, che era amico del nonno di Camilleri. La casa sarà rimessa su dal Comune, come il sindaco Lillo Firetto ha detto mostrando il rendering della casa-fondazione allo scrittore.

Camilleri, alla presentazione delle immagini si è commosso: “Era il mio paradiso terrestre….”. Il sindaco Firetto, nel presentare il rendering ha spiegato: “Si ricava un piccolo teatro a piano terra con cinque camerini. Una biblioteca, una sala audiovisivi, due aree espositive. Tornerà il pianoforte del nonno, lo stesso che lì ascoltava Pirandello. E rimetteremo a posto un maestoso lampadario centrale salvato dal vandalismo…”.

Felice Cavallaro, sul Corriere della Sera descrive i ricordi che lo scrittore ha della sua casa ed anche da come nasce l’interesse da parte del sindaco per il restauro della dimora settecentesca:

“La ristrutturazione di casa Camilleri è invece un’idea coltivata da quindici anni, quando il sindaco Firetto era un impiegato dell’Enel, colpito dai ricordi di Camilleri durante una trasmissione di Catherine Spaak. Fu la prima volta in cui lo scrittore rivelò la nostalgia per il suo eden: ‘Ai tempi, più che per villeggiare, ci si andava per travagliare, per badare alle necessità dei raccolti…’. Descrivendo poi la casa ormai tutta crepe come ‘l’ammiraglia di altre otto case sparse su cento ettari di terreno coltivato ad àrboli di mandorle, a frumento e a fave’. Vivido il ricordo che ripropose anche su ‘AD’ con pennellate di memoria, come in una pagina senza il commissario Montalbano: ‘C’erano pure olivi saraceni, attortàti… Torno torno la casa c’era ‘u jardinu’, un ettaro d’àrboli da frutta: aranci, mandarini, limomi, limongelli, pistacchi, peri, piridda, piriazzòla, melograni, fichi, gelsi, azzalòri, pomi, nèspoli, pesche, arbicocche. Me li ricordo uno a uno. C’era anche qualche filare di racìna, uva da tavola. Si, il paradiso terrestre…'”.

“La figura che domina nei ricordi è quella del nonno che la memoria di Camilleri ripropone come un uomo superbo. Sempre con l’aria di comando, in quella casa: ‘Occhi cilestri chiarissimi, freddo di carattere’. Ricorda l’emozione di una sua richiesta: ‘Saccio che scrivi poesii. Dimmene una’. E lui, evoca ancora: ‘Era vero, le poesie le ammucchiavo, le nascondevo nel doppio fondo di un baule che stava nel magazzino’. Deluso il giovane Andrea, un giorno: ‘Me le mangiarono i sorci, le mie poesie”‘.

 “La casa per Camilleri aveva un cuore: ‘Si, un cuore grande, come dimostrò durante i bombardamenti del ’42. Diede ricetto a decine di famiglie sfollate che si allocarono pure nel palmento’. Poi, abbandono e devastazione: ‘Morti i nonni, invecchiati gli zii, spersi i nipoti, la casa principiò a sentirsi trascurata, il “jardinu” s’inselvaggì, caddero gli archi. In tre passate successive ladri esperti, prima, caricarono su un camion mobili e cose del Settecento, dopo quelli dell’Ottocento e, infine, quelli del Novecento. Forzarono il magazzino e si portarono via le seggie di Vienna, le Singer preistoriche, le alte campane di vetro con gli uccelli tropicali impagliati…”‘.

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Lorenzo Briotti