Sergio D’Angelo sul Giornale: “Quell’abbraccio tra Pci e Md che fece scattare Mani pulite”

ROMA – Sergio D’Angelo, ex magistrato di Md, magistratura democratica, dalle pagine del Giornale, dopo l’articolo di ieri (“Ecco come i giudici di sinistra sono diventati un partito”) continua a ripercorrere le tappe, la storia dell’associazione di magistrati e scrive: “Quell’abbraccio tra Pci e Md che fece scattare Mani pulite”.

L’articolo di Sergio D’Angelo

L’articolo di Sergio D’Angelo:

La piattaforma politico ­programmatica elabora­ta per la nuova Magistra­tu­ra democratica poteva convin­cere ed attirare buona parte dei giovani magistrati, cresciuti po­liticamente e culturalmente nel crogiolo sessantottino. Ma biso­gnava f­ornire a Md una base giu­ridica teorica che potesse essere accettata dal mondo accademi­co e da una parte consistente del­la magistratura.
Ancora una volta fu la ge­nialità di Luigi Ferrajoli a tro­vare una rispo­sta: «La giuri­sprudenza al­ternativa (…) è diretta ad apri­re e legittima­re (…) nuovi e più ampi spa­zi alle lotte del­le masse in vi­sta di nuovi e alternativi as­setti di potere (…). Una formula che configura il giudice come mediatore dei conflitti in funzio­ne di una pace sociale sempre meglio adeguata alle necessità della società capitalistica in tr­sformazione».
In qualunque democrazia ma­tura la prospettiva tracciata da Ferrajoli non avrebbe suscitato altro che una normale discussio­ne accademica tra addetti ai la­vori: ma la verità dirompente era tutta italiana. Celato da slo­gan pseudorivoluzionari, il di­battito nel corpo giudiziario ad opera di Md negli anni ’70 e ’80 presentava questo tema fonda­mentale: a chi spetta assicurare ai cittadini nuovi fondamentali diritti privati e sociali? Al potere politico (e di quale colore) attra­verso l’emanazione di norme (almeno all’apparenza)genera­li ed astratte, o all’ordine giudi­ziario con la propria giurispru­denza «alternativa»? Un dubbio devastante cominciò a infiltrar­si tra i magistrati di Md. Se la ma­gistratura ( o almeno la sua parte «democratica»)era una compo­nente organica del movimento di classe e delle lotte proletarie, allora da dove proveniva la legit­timazione dei giudici a «fare giu­stizia »? Dallo Stato (come era quasi sempre accaduto), che li aveva assunti previo concorso e li pagava non certo perché sov­vertissero l’or­dine sociale? Dal popolo so­vrano? Da un partito? Quelli furo­no anni tragici per l’Italia.

Tutte le miglio­ri energie del­la magistratu­ra f­urono indi­rizzate a combattere i movimen­ti eversivi che avevano scelto la lotta armata e la sfida violenta al­lo Stato borghese: i giudici «de­mocratici » pagarono un prezzo elevato, l’ala sinistra della cor­rente di Md rimase isolata men­tre l’ala filo­ Pci di Md mantenne un basso profilo.Dell’onore po­stumo legato al pesante prezzo di sangue pagato dai giudici per mano brigatista beneficiarono indistintamente tutte le corren­ti dell’ordine giudiziario, com­presa Md e la magistratura utiliz­zò questo vernissage per rifarsi un look socialmente accettabi­le. Solo la frazione di estrema si­nistra di Md ne fu tagliata fuori, e questo determinò – alla lunga -la sua estinzione. Alcuni furono – per così dire- «epurati»; a molti altri fu garantito un cursus hono­rum di tutto rispetto, che fu paga­to per molti anni a venire ( Euro­parlamento, Parlamento nazio­nale,cariche prestigiose per chi si dimetteva, carriere brillanti e fulminee per altri). Quelli che non si rassegnarono furono di fatto costretti al silenzio e poi «suicidati» come Michele Coi­ro, già procuratore della Repub­blica di Roma, colpito il 22 giugno 1997 da infarto mor­tale, dopo es­sere stato al­lontanato dal suo ruolo (pro­moveatur ut amoveatur )dal Csm. L’ala filo Pci/ Pds di Md, vittoriosa all’interno della corrente, non era né pote­va diventare un partito, in quan­to parte della burocrazia statale.
Cercava comunque alleati per almeno due ragioni: difendere e rivalutare un patrimonio di ela­borazione teorica passato quasi indenne attraverso il terrorismo di estrema sinistra e la lotta ar­mata e garantire all’intera «ultra­casta » dei magistrati gli stessi pri­vilegi ( economici e di status) ac­quisitinel passato, pericolosa­mente messi in discussione fin dai primi anni ’90.Questo secon­do a­spetto avrebbe di sicuro assi­curato alla «nuova»Md l’egemo­nia (se non numerica certo cul­turale) sull’intera magistratura associata: l’intesa andava dun­que trovata sul terreno politico, rivitalizzando le parole d’ordi­ne dell’autonomia e indipen­denza della magistratura, riven­dicando il controllo di legalità su una certa politica e procla­mando­l’inscindibilità tra le fun­zioni di giudice e pubblico mini­stero.
Non ci volle molto ad indivi­duare i partiti «nemici» e quelli potenzialmente interessati ad un’alleanza di reciproca utilità. Alla fine degli anni ’80 il Pci spro­fondò in una gravissima crisi di identità per gli eventi che aveva­no colpito il regime comunista dell’Urss.Non sarebbe stato suf­ficiente un cambiamento di look:era indispensabile un’alle­anza d­i interessi fondata sul giu­stizialismo, che esercitava gran­de fascino tra i cittadini, in quan­to forniva loro l’illusione di una sorta di Nemesi storica contro le classi dirigenti nazionali, che avevano dato pessima prova di sé sotto tutti i punti di vista.
La rivincita dei buoni contro i cattivi, finalmente, per di più in forme perfettamente legali e sot­to l’egida dei «duri e puri» magi­strati, che si limitavano a svolge­re il proprio lavoro «in nome del popolo». Pochi compresero che sotto l’adempimento di un me­ro dovere professionale poteva nascondersi un nuovo Torque­mada.
Il Pci/Pds uscì quasi indenne dagli attacchi«dimostrativi»(ta­li alla fine si rivelarono) della ma­gis­tratura che furono inseriti nel­l’enorme calderone noto come Mani Pulite:d’altronde il«vero» nemico era già perfettamente in­quadrato nel mirino: Bettino Craxi. Chi scrive non è ovvia­mente in grado di dire come, quando e ad opera di chi la tratta­tiva si sviluppò: ma essa è nei fat­ti, ed è dimostrata dal perfetto in­castrarsi (perfino temporale) dei due interessi convergenti. Naturalmente esistono allean­ze che si costituiscono tacita­mente, secondo il principio che «il nemico del mio nemico è mio amico», e non c’è bisogno di clausole sottoscritte per consa­crarle.

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Gianluca Pace