ROMA – Piero Ottone, grande nome del giornalismo italiano, ha compiuto 90 anni il 3 agosto. Novant’anni compiuti nello stesso anno di un altro gigante, Eugenio Scalfari. Ma fra Scalfari e Ottone, ex inviato del Corriere della Sera, direttore del Secolo XIX e del Corriere, si trovano pochi tratti in comune. La cifra di Ottone è l’understatement, lo stile è quello di un saldo timoniere che è rimasto sempre testimone-spettatore degli eventi e mai attore.
In una lunga intervista con Antonio Gnoli su Repubblica, Ottone racconta se stesso senza nessuna enfasi. Ha pubblicato “Novanta”, ma ci tiene a dire che non si tratta di un’autobiografia, perché la sua vita non è stata, dice, così interessante:
Sei un maestro dell’understatement.
«Sono sincero. E, soprattutto, cerco di non prendermi troppo sul serio. Quando si scrive di sé si tende a esagerare. Posso dire di essere stato molto fortunato. Ho scelto la professione che mi piaceva e che è risultata giusta».
Riassumila in breve.
«Nel 1945 entrai come redattore alla Gazzetta del Popolo . A 23 anni il direttore, Massimo Caputo, mi spedì a Londra. Rimasi lì un paio d’anni. Poi andai in Germania. In seguito fui assunto al Corriere della Sera. Inviato a Mosca sotto Missiroli. Direttore del Secolo X-IX e infine torno al Corriere come direttore».
Al Corriere prendesti il posto di chi?
«C’era Spadolini, come direttore fu un disastro».
E per il resto?
«Una cara persona: vanitosissima e anche presuntuosa ».
Non hai mezze misure.
«Che devo dire, non si occupava del giornale. Si chiudeva nella sua stanza e intrecciava conversazioni lunghissime con i politici di Roma. Se era al telefono vedevi fuori della porta una lucina rossa accesa. Era il segno che per nessun motivo lo si poteva disturbare. Una volta Dino Buzzati, già malato, si portò uno sgabello e si sedette in attesa fuori della sua porta».
Un gesto polemico?
«Assolutamente. Che uomo stupendo, Dino. Faceva la terza pagina con eleganza, intelligenza, umiltà».
La tua direzione fu all’inizio molto contrastata.
«Sì, quando arrivai la redazione fece sciopero. Ero stato scelto da Giulia Maria Crespi. Mi invitò a colazione e a un certo punto disse: Piero, abbiamo pensato che lei sarà il prossimo direttore del Corriere ».
E tu?
«Ero sbalordito, dirigevo Il Secolo X-IX, stavo bene a Genova. Certo non potevo rifiutare».
Vuoi dire che non sapevi nulla del cambio in corso?
«In effetti, pochi mesi prima, c’era stato un episodio rivelatore. Nel 1971 Montanelli mi invitò a colazione a Roma. A un certo punto disse: Spadolini ha fatto il suo tempo. La famiglia Crespi vorrebbe dare la direzione a te e io sono d’accordo».
Strano che Montanelli desse il suo placet.
«Neanche tanto. È vero, come capii in seguito, che non gli sarebbe dispiaciuto essere lui alla direzione, però era felice del suo mestiere, delle cose che faceva. Ad ogni modo, quando fui nominato, mi telefonò da Cortina e disse: sono con te, ma il modo in cui ti hanno scelto è sbagliato. E poi venne, come ti dicevo, lo sciopero ».
Cos’è che non andava nella tua nomina?
«Che fosse avvenuta improvvisamente, senza annunci né proclami, come a volte accade».
Per quello che si capì in seguito, Montanelli disapprovò la tua direzione.
«Indro non mi manifestò mai pubblicamente il suo dissenso. Poi, rilasciò un’intervista in cui sparò a zero contro di me e contro il Corriere. Disse che il giornale era uno sfacelo e senza più una linea. Mi accusò di essere di sinistra e che avevo tradito la borghesia lombarda. Poi aggiunse che lui era pronto a fare un nuovo giornale. Era una frase sleale più verso il Corriere che nei miei confronti».
Come reagisti?
«Sentii il dovere di proporre il suo licenziamento. Furono giornate convulse».Dalla terrazza di Camogli, dove siede, Piero Ottone abbraccia con lo sguardo le punte di Savona e Portofino. È la bellezza di un golfo raccontata fino allo sfinimento: «Ma sai, ogni volta è come la prima volta. E poi, ora che mi muovo molto meno, che non viaggio quasi più, ho la sensazione di affidare all’occhio il compito particolare di registrare una vastità più intima. Si tratta di una percezione strana: come sovrapporre il vicino e il lontano. Sarà la vecchiaia?».
Hai appena compiuto 90 anni.
«È un’età in cui ci si sente fragili. Vivo una quiete al riparo, per ora, da acciacchi seri. Mi alzo la mattina con la sensazione di sentirmi meno sicuro. Normalmente il mare qui è calmo. Ma ogni tanto arriva la libecciata che solleva onde alte e terribili. E penso alla crudeltà degli elementi, all’evidenza con cui a volte ci sferzano».
A cosa pensi?
«Al fatto che non c’è niente di più crudele di vedersi spogliati progressivamente della propria energia, delle proprie forze».
Ricordi i versi di una poesia di Montale: “Libeccio sferza da anni le vecchie mura…”?
«Non la ricordo. Una volta Montanelli scrisse: “Ottone uomo di poche letture, che ha fatto buon uso di ciò che ha letto”».
E concordi?
«Pienamente. Non ho mai letto Proust. Quando una volta lo confessai, amabilmente, a un amico, lui mi guardò come fossi un animale strano».
Leggere Proust non cambia la vita, ma forse un po’ la migliora.
«Ah lo so, lo so. O almeno lo intuisco. Ma cosa avrei dovuto fare, iscrivermi al partito di coloro che dicono, e temo siano la gran parte, di aver letto questo o quel romanzo quando in cuor loro sanno che non è così?».
Che cosa è l’onestà?
«Naturalmente è un fatto di etica, ma anche uno stile di vita, di coerenza con i propri punti di vista».
A proposito di letture fatte, nella tua autobiografia parli molto di Oswald Spengler e del Tramonto dell’Occidente.
«Non sono completamente digiuno di libri, anche importanti. E se ci penso, retrospettivamente, quella lettura spengleriana fu per me un tour de force. Su sollecitazione di una ragazza di Berlino lo lessi in tedesco in due mesi».
Ho l’impressione che quel libro ti abbia molto segnato.
«Tu dici?».
Si interroga su come finisce una civiltà, come decade.
Come finiamo noi. Analogie tra l’antico e il moderno.
Sono riflessioni che attraversano tutta la tua autobiografia.
«La decadenza è un tema che ci interpella a tutti i livelli. Ho cercato di vederne i segni nel secolo che ho vissuto: il Novecento. Però ci tengo a dire che non ho scritto un’autobiografia».
Parli di te.
«Non credo che la mia vita sia stata così interessante. Varia, questo sì. Grazie a una professione che mi ha dato il privilegio di conoscere persone e scoprire luoghi».