BARLETTA – Tre euro e novantacinque l’ora, a volte quattro, per lavorare tra le otto e le quattordici ore al giorno. Tredicesima e, persino, ferie pagate sulla base di questo “nano stipendio”. Ma nessun contratto. Erano queste le condizioni di lavoro delle donne morte nel crollo di lunedì a Barletta. Lavoro nero quindi, nero e perfino a suo modo “istituzionalizzato”. Quasi sempre chi lavora in nero la tredicesima non ce l’ha, neanche nana, figurarsi le ferie, anche se sarebbe il caso di chiamarle, più che ferie “pausa”, dello sfruttamento. Ma a Barletta il caso, la tragedia, la morte, hanno scoperchiato e mostrato a tutti questa realtà, definita ora “inaccettabile”, “schiavista” da tutte le autorità, da tutti gli articoli e commenti di quotidiani e tv. Ma è la scoperta dell’acqua… bollente: il lavoro nero rappresenta circa il 20% dell’economia del nostro paese, con punte quasi doppie nel meridione. Anche prima di Barletta era noto a tutti, sta scritto da anni nero su bianco in tutti i documenti e rilevazioni ufficiali, da quelli di Bankitalia alle relazioni in Parlamento. Tutto scritto, tutto già scritto. Eppure sui morti di Barletta scorrono lacrime due volte di coccodrillo. Lacrime per l’edilizia che se frega della sicurezza. Lacrime per il lavoro nero che è un pilastro marcio, ma pur sempre pilastro, della nostra economia.
«Era gente semplice, – hanno detto ai giornalisti alcune delle persone che sostavano in lacrime davanti all’obitorio – gente che lavorava per poter sopravvivere». «Contratto?, nessun contratto – hanno detto – avevano le ferie e la 13esima pagate, questo sì, ma non erano “regolari”». «Ma queste erano donne normali! Lavoravano per bisogno, mica per divertimento. Avevano bisogno di pagare il mutuo, la benzina. Magari non erano proprio assunte, ma il lavoro da queste parti serve, mica ci si sputa sopra». Nel dolore dei parenti e degli amici manca la rivendicazione dei diritti negati, e non è una mancanza figlia dell’ignoranza o del disinteresse, è una mancanza che segnala come si sia abituati a questa realtà, come il lavoro nero, privo di garanzie sia, se non la norma, quantomeno un’eccezione diffusa, molto, al punto di essere accettata comunemente. «Non mi sento di criminalizzare chi, in un momento di crisi come questo viola la legge assicurando, però, lavoro, a patto che non si speculi sulla vita delle persone». Sarebbe un «paradosso» se i titolari della maglieria che si trovava nel palazzo crollato, «dopo avere perso una figlia e il lavoro, venissero anche denunciati». Il sindaco di Barletta, Nicola Maffei, con le sue parole testimonia questo sentimento d’accettazione.
Ma al di fuori della città pugliese monta lo sgomento, almeno a parole, per le condizioni in cui lavoravano le donne morte nel maglificio, o ditta di confezioni come è stato precisato. «Non sappiamo in quante lavorassero lì, né cosa facessero. Noi sospettiamo che fosse una delle tante aziende sommerse che pullulano in questo territorio» spiega Franco Corcella segretario della Camera del lavoro della Cgil di Barletta. E Luigi Antonucci, segretario generale della Cgil-Bat, più tardi conferma: «Dalle nostre ricerche risulta che le donne lavorassero in nero e l’azienda fosse completamente sconosciuta all’Inps. Purtroppo sono molte le lavoratrici che accettano situazioni analoghe perché anche pochi euro al giorno servono per mandare avanti la famiglia e i figli». «L’inaccettabile ripetersi di terribili sciagure – ha detto il Presidente Napolitano – laddove si vive e si lavora, impone l’accertamento rigoroso delle cause e delle responsabilità, e soprattutto l’impegno di tutti, poteri pubblici e soggetti privati, a tenere sempre alta la guardia sulle condizioni di sicurezza delle abitazioni e dei luoghi di lavoro con una costante azione di prevenzione e vigilanza». «Dopo il crollo della palazzina di Barletta emerge la drammatica realtà del lavoro schiavistico: come si può infatti chiamare il lavoro svolto per meno di 4 euro l’ora con orari che vanno fino a 14 ore al giorno?». Ha detto Paolo Ferrero, segretario nazionale di Rifondazione Comunista. «Nel dramma di Barletta – ha aggiunto – non abbiamo un segno di arretratezza ma la tragica modernità di un capitalismo disumano”.
Ha ragione Napolitano come ha ragione Ferrero. Non ha invece ragione il sindaco di Barletta, anche se le sue parole sono, umanamente, più che comprensibili. Ma in queste vicende non serve l’umanità, come non servono i lutti e il dolore per ragionare sulle condizioni di lavoro di migliaia di italiani e non. Il lavoro nero in Italia non solo esiste, ma è anche molto diffuso, e quindi tollerato. E andrebbe combattuto, ostacolato e condannato anche senza bisogno dell’episodio di cronaca. Perché, domani, la ditta di Barletta non ci sarà più come le donne che vi lavoravano e come la figlia dei titolari uscita accidentalmente un’ora prima da scuola, ma ci saranno altre ditte, altre donne ed altri “contratti” in nero.
E non c’è solo il nero dei poveri, il lavoro in nero di chi non ne trova altro e di chi deve pagare comunque il mutuo. In nero non lavorano solo aziende marginali e ai margini del mercato. Esiste il lavoro nero della media e piccola industria, lo straordinario in nero delle maestranze con regolare contratto. Il lavoro nero negli studi professionali, le consulenze per robusta quota parte pagate in nero. C’è il nero del ceto medio e perfino quello dei benestanti. Del nero, sul lavoro nero dei poveri talvolta si muore. E allora le lacrime di coccodrillo, la scoperta dell’acqua bollente. Acqua però che scorre e irriga tutte le tubazioni della nostra economia. Napolitano, come è ovvio, dice che “è inaccettabile”. Inaccettabile morire di lavoro nero, restarne letteralmente sepolti. Però il lavoro nero è accettato nel paese. Far finta di scoprirlo in Italia come esotico intruso è appunto un far finta e nulla più.