ROMA – Che succede quando un matrimonio finisce? Tragedie, dolore, difficoltà per i figli oppure gioia e liberazione. Nell’uno e nell’altro caso però un punto da chiarire al di là dei sentimenti rimane: ai soldi, che succede? Case, assegni di mantenimento, mutui e altre prosaiche fattispecie vanno divise. E anche quando i due quasi ex coniugi sono d’accordo su tutto, ipotesi poco più che scolastica, serve il pronunciamento di un giudice per dare valore legale alla separazione.
Chiarito che in ogni caso per dare valenza legale alla separazione si deve passare per la magistratura, è importante in primis ricordare che di separazioni ne esistono di due tipi: consensuale e giudiziale. Nel primo caso i due separandi sono d’accordo sulla ripartizione dei beni post separazione e il giudice ha un ruolo poco più che notarile nella vicenda, limitandosi a certificare gli accordi stretti dalle parti. Cambia però il discorso se, anche nella separazione consensuale, ci sono dei figli. In questo caso il giudice può e deve “metter bocca” negli accordi, avendo l’obbligo di valutare e tutelare l’interesse della prole. Gli accordi tra le parti, in questo caso, sono validi solo se il giudice li reputa corretti, altrimenti vanno ristabiliti.
Più complessa è ovviamente la vicenda quando la separazione non è consensuale. In questo caso è uno solo dei due coniugi a chiederla ed è quindi fisiologico che non ci sia nessun accordo tra le parti sulla divisione dei beni e, probabilmente, sull’affidamento dei figli. In questo caso il ruolo del giudice è molto più importante, essendo lui quello che dovrà valutare una serie di elementi per stabilire i particolari della separazione stessa. Ovviamente per fare questo il giudice sentirà le parti, singolarmente e in coppia, e prenderà eventuali provvedimenti urgenti nell’interesse dei coniugi e soprattutto della prole. Dopo di che inizierà la causa vera e propria condotta da un tribunale composto da tre giudici. Causa che dura, di solito, un paio d’anni, ma che si può allungare a dismisura se in gioco ci sono patrimoni consistenti e di complessa valutazione.
Le condizioni stabilite in entrambe le tipologie di separazioni sono modificabili, ma sempre passando per la magistratura.
Ma vediamo cosa succede più nel dettaglio. In caso di addebito, quando cioè la separazione non è consensuale e le parti chiedono al giudice di pronunciarsi sulla responsabilità e la “colpa” della rottura viene addebitata quindi ad una delle due, chi non è colpevole ha diritto all’assegno di mantenimento. Inoltre il coniuge a cui non è stata addebitata la separazione gode degli stessi diritti successori che aveva prima di separarsi. In altre parole i coniugi, separandosi, possono chiedere al giudice di chi sia la colpa, e anche in caso di separazione giudiziale il magistrato assegnerà l’addebito solo se richiesto dalle parti. Il coniuge “non colpevole” godrà quindi di due vantaggi: assegno, qualora i suoi redditi non siano adeguati al mantenimento del tenore di vita, e diritto a rimanere erede dell’ex coniuge.
Il punto più delicato in una separazione è però, o dovrebbe essere, quello che riguarda i figli. Per quanto riguarda il mantenimento della prole il principio primo a cui ci si attiene è quello secondo cui “ciascuno dei genitori provvede al mantenimento dei figli in misura proporzionale al proprio reddito”. Principio che vale in costanza di matrimonio così come dopo la separazione. Per stabilire poi i dettagli, e salvaguardare il principio di proporzionalità citato, il giudice si atterrà a cinque criteri-base: le esigenze dei figli, il tenore di vita dei figli pre separazione, i tempi di permanenza con ciascun genitore, le risorse economiche dei genitori e la valenza economica dei compiti domestici e di cura assunti da ciascun genitore. Valutando questi elementi stabilirà chi dei coniugi dovrà versare un assegno all’altro e di che entità.
Capitolo a parte merita poi la casa. Casa che, in presenza di figli, verrà assegnata ad una delle parti valutando in primis le esigenze della prole. Assegnazione che non comporta però nessuna modificazione riguardo la proprietà: in altre parole la casa, se era cointestata tra i coniugi, tale rimane, così come l’eventuale mutuo che rimane a carico di chi l’ha stipulato, siano anche i due ex.
Una volta separati poi, i due, a questo punto ex coniugi, possono scegliere di andare avanti sino al divorzio. I tempi però non sono brevissimi, devono infatti passare almeno tre anni dalla sentenza di separazione, anche se si sta valutando se introdurre un’abbreviazione di questo termine. E per quanto riguarda le modalità di gestione dei figli, di mantenimento eccetera, le regole sono pressoché le stessa della separazione.